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giovedì 17 ottobre 2019

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Oltre ogni ragionevole dubbio PDF Stampa E-mail
Nel settembre del 1968 (avevo da poco acquisito il secondo dan) decisi di recarmi a Parigi per visitare la fajos_a città ma, soprattutto, allenarmi col M. Kase che da qualche mese, su invito del notissimo M. Henri Plee, si era trasferito nella capitale francese per diffondere il suo prezioso insegnamento. Mi trattenni a Parigi dieci giorni e per dieci giorni, due volte al giorno mi allenai nello storico Dojo di Rue de la Montagne: la mattina alle otto, solo col Maestro e la sera, dalle diciannove alle ventuno, nei corsi regolari assieme alle cinture nere tra le quali spiccava, per grinta, velocità e potenza, un certo Dominique Valerà con cui ebbi l’avventura di ingaggiare più di un combattimento dai quali, per lo più, uscivo malconcio. Ma non è di questo che voglio parlare. Non voglio parlare di episodi singolari, di atleti prestigiosi, di mirabolanti imprese agonistiche e neppure della straordinaria tecnica del Maestro Kase che peraltro, chiunque ne mastichi di Karate, non può ignorare. Invece desidero parlare della sua dote più peculiare, quella a cui ogni Maestro degno di questo nome dovrebbe voler tendere: più ancora della precisione del gesto, più ancora dell’eleganza e del vigore dei movimenti, più di qualunque altra, per quanto superlativa, performance atletica. Voglio parlare della sua incredibile e mai uguagliata, Umanità.

UMANITA’: in genere, è un termine ascritto all’uomo anche se paradossalmente, in numerose occasioni, risulta difficile riscontrarla nei suoi comportamenti più comuni. Insistendo nel paradosso, si potrebbe anche affermare che spesso è molto più facile riconoscere Umanità tra gli animali piuttosto che tra le persone. Un’altra caratteristica dell’Umanità consiste nel fatto che non la si può imparare così come si apprende il modo di portare un pugno o un calcio; non si impara e non si perfeziona coll’allenamento, non si rafforza con la puntigliosa ripetizione dello stesso schema motorio, non si valorizza affrontando e risolvendo problemi tattici, non si esalta battendo avversari temibili e agguerriti. L’Umanità nel senso alto del termine, o perlomeno nel senso che io le attribuisco, non si trasmette con l’insegnamento! Essa è qualche cosa di tecnicamente inspiegabile e non può passare attraverso le consuete capacità individuali di apprendere ed imitare. L’Umanità è un processo superiore che si sviluppa in aree psichiche, intellettuali e culturali non accessibili dall’esterno. Essa può essere risvegliata in noi solo grazie all’assorbimento, pressoché inconscio, di un modo di essere e di proporsi assolutamente autentico e coerente con le proprie scelte di vita. Una singolare legge degli spiriti impone che determinate qualità non è dato riceverle da alcuno così come si possono ereditare, grazie alle misteriose matrici impresse nel D.N.A. dei nostri avi, il colore degli occhi o la forma del naso. L’Umanità può essere creata solo da noi stessi e solo attraverso noi stessi avrà modo di estendere la sua luce oltre gli angusti confini imposti dalla fisicità del corpo.

Bene! Da quando (benché di rado) ho avuto l’enorme fortuna di entrare a contatto con i suoi insegnamenti, frequentare le sue lezioni, ascoltare i suoi racconti, ma anche condividere il prosaico piacere di una cena o di una birra, ciò che sempre mi ha colpito ed attratto di lui è proprio questa sua naturale capacità di infondere nell’animo di chiunque lo ascolti il senso del valore di una scelta, l’unicità del rapporto con se stessi, la presa di coscienza dei propri limiti, la ferma volontà di superarli, il rifiuto sistematico di qualunque compromesso atto ad allontanarci dall’obbiettivo, l’accettazione del sacrificio o addirittura del dolore quando esso divenga utile, per non dire essenziale, all’ardua e il più delle volte scomoda, conoscenza di se.

Ho rivisto il Maestro pochi mesi fa in occasione di una stage organizzato dall’A.C.L.I. a Sappada, località immersa nel verde intenso dei pascoli alpini e circondata dall’elegante maestosità delle guglie dolomitiche. Il Maestro ha settantatré anni. Il Maestro ha subìto di recente un pesante intervento al cuore che, se da un lato ha potuto salvargli la vita, dall’altro ha in parte compromesso l’uso delle gambe. Il Maestro resta seduto; innanzi a lui oltre cento cinture nere appartenenti ad organizzazioni diverse: federazioni, associazioni, enti di promozione, sempre in contrasto tra loro e occupate ad impiegare gran parte del tempo a combattersi, dividersi, sconfessarsi, rivendicare la propria supremazia numerica, la propria superiorità tecnica, la propria verità politica. Il Maestro sta seduto; basta la sua presenza, basta la sua indiscussa maestria a mettere tutti d’accordo. Il Maestro racconta il suo Karate… che altro non è che il racconto della sua vita. Il racconto di una vita consacrata ad un ideale, ad uno scopo ben determinato e sul cui valore egli non nutre più alcuna incertezza. Tutti pendiamo da quelle parole, tutti ne avvertiamo il peso, l’autenticità, l’estrema consistenza e la stupefacente predisposizione ad infiammare quella particella di irrazionalità che ognuno possiede e che sta alla base del mito. Poi il Maestro porta un pugno. Un pugno nel vuoto; un pugno che non colpisce ma fende come una spada l’aria immobile e fresca di quel giorno che sta per finire. Dentro quel gesto semplice, essenziale e assoluto, si concentra l’ultimo potente sforzo che la sua arte gli ha permesso di raggiungere. Ho contemplato la bellezza di quel gesto e ho compreso, oltre ogni ragionevole dubbio, ove risiede il termine estremo di quella VIA che, un giorno ormai lontano, il mio corpo e la mia anima hanno scelto di percorrere.
 
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