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giovedì 24 ottobre 2019

Aforismi

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Là dove comincia la notte PDF Stampa E-mail
Un uomo della Terra va a trovare il Sole.
“Come vanno le cose laggiù?” gli chiede il grande astro.
“Bene, mio Signore, tutti ti adorano.”
“Tutti? Davvero?”
“Be’, Signore… c’è una donna, solo una bellissima donna che non si rivolge mai a te con devozione.”
“E chi è?”
“Si chiama Notte.”
“E dove sta questa donna?”
“In India, mio Signore”, dice l’uomo.
Il Sole allora corre in India. Ma la donna, sapendo che lui sta per arrivare, scappa via in un’altra parte del mondo. Il Sole la rincorre ma lei è già tornata in India. Il Sole va in India, ma lei… Ed è per questo che il Sole continua ancor oggi a inseguire quella bella donna senza mai riuscire a raggiungerla.

Come già avvenuto in uno dei miei precedenti articoli approfitto di questa antica leggenda indiana per introdurre l’argomento che oggi mi sta a cuore.
Mi piace l’esempio del Sole, il quale pur essendo essenziale alla vita sulla Terra (e proprio per questo da tutti adorato), non può mai aver ragione della notte. La metafora sottesa nel surreale dialogo tra il sole e l’uomo, si propone di riconoscere alle tenebre che avvolgono il mondo tra le loro spire, un ruolo altrettanto fondamentale a quello esercitato dalla luce. Grazie ad un’ulteriore e un po’ scontata parafrasi, potremo facilmente paragonare la luce alla vita, e il buio alla morte.
Immagino che il termine “Morte” sortisca nella mente dei più pensieri e sensazioni poco gradevoli, di solito allontanati e rifuggiti in tutta fretta. Quando si parla di morte non siamo mai portati a pensare alla nostra. Infatti, nel nostro immaginario scrupolosamente programmato per sopravvivere, sono  gli altri quelli che muoiono; sono sempre altri quelli destinati a scomparire dalla faccia della Terra. Né possiamo credere che in alcuno esista l’illusione della vita eterna. Chi mai, sano di mente, potrebbe con ragionevolezza pensare di poter sfuggire a un evento così drammaticamente naturale? Eppure, fateci caso! Salvo rare eccezioni, l’idea di morire è l’ultima a passarci per la testa. Ma se già qualcuno si sta domandando cosa ci azzecca un argomento tanto delicato (sul quale si sono impegnate generazioni di filosofi), con la pratica delle arti marziali? Bene, ve lo dirò.
Inizio facendo attenzione a non rifarmi alla celebrata matrice culturale da cui esse derivano (Samurai, kamikaze e quant’altro) il cui senso della morte, com’è noto, era costantemente presente nella loro eroica e spesso breve esistenza. Consentitemi invece di riferirmi ad esperienze, dirette e indirette verificatesi qui ed oggi, e in cui forse qualcuno potrà riconoscersi o quantomeno prenderne atto quali significativi esempi dell’influsso pregnante che un’intera vita dedicata al Karate-Do potrebbe esercitare sul complesso psicofisico delle persone.
Capita infatti di essere molto interessati alla cronaca dei grandi eventi sportivi (senza nulla togliere al valore di tali performance) trascurando o ignorando gli esiti di tutt’altra natura che sommessamente e in più rare circostanze, le discipline marziali sono in grado di produrre. Ma se non si è disposti a riconoscere in esse valenze affatto lontane dal mero risultato agonistico, o dalla consueta routine dell’insegnamento in palestra, o della preparazione agli esami di grado, nonché al pur indispensabile adeguamento della quota sociale alla crescente e temibile inflazione, be’! Vorrà dire che le parole che seguiranno saranno destinate a cadere nel vuoto.
Un caro amico e Maestro da me molto stimato per il particolare carattere delle sue scelte di vita, un giorno mi raccontò, con la proverbiale e a volte disarmante tranquillità a lui tipica, l’episodio occorsogli pochi anni prima e che stava per costargli la vita. Eviterò di scendere nei particolari dell’accadimento, poiché servirebbero solo a distoglierci dal punto sul quale invece intendo focalizzare tutta la vostra attenzione. Tento di esprimere con mie parole il senso di ciò che Sauro Somigli (questo è il suo nome) mi disse. “…Quando credetti di capire che non c’era più nulla da fare, provai a calmarmi ripetendomi: bene! Caro Sauro, questo è il momento di vedere se tutti quegli anni trascorsi a dare calci e pugni, quegli anni di allenamenti di sudore e urla, e tutto quel tempo passato a sentirmi bravo e forte e superiore e capace di dominare la vita… vediamo! Ma sì… vediamo se veramente sono serviti a qualche cosa… oppure si trattava solo di fumo, e vana gloria, e facile coraggio da spendere a piene mani ben protetto dalle rassicuranti pareti del mio Dojo?”
Quel giorno non era il “suo” giorno. Sauro se la cavò. Ma al di là dell’esito positivo della vicenda per lui fu naturale, in quel frangente estremo, compiere un’enorme salto qualitativo rispetto alla più importante delle conoscenze: parlo della conoscenza di se stessi. E molte delle domande che egli si pose quando per pochi attimi la sua fronte fu sfiorata dall’ala gelida della morte, lì, in quel momento, trovarono risposta. A me piace pensare che la calma e la determinazione capaci di salvargli la pelle siano dipese, oltre che dal suo carattere e dalla buona sorte, anche da tutti quegli anni dedicati con passione, e fatica, e amore, allo studio delle arti marziali. Ma la vita, come del resto la temuta morte, sono molto più complesse di ogni possibile definizione. E tutte le volte che cerchiamo di semplificarle o ingabbiarle in rigide classificazioni, rischiamo di cadere nella banalità della retorica o del peggior luogo comune.
Né mai azzarderei stabilire un nesso forzato fra ciò che ci capita e le conseguenti immediate reazioni che ne derivano. Se vivere è difficile, è di gran lunga più difficile cercare di spiegare la propria vita. Infatti la seconda storia (vera) che mi appresto a raccontarvi e che mi riguarda personalmente perché vissuta sulla mia pelle, non ha spiegazioni plausibili salvo, ancora una volta, lasciarsi andare a libere interpretazioni che, in quanto tali, potrebbero risultare viziate proprio dai turbamenti che, in quegli istanti, mi stavano avvolgendo.
Era giugno, era giovedì, e faceva caldo. Un caldo non fastidioso, poiché difficilmente può infastidire tutto ciò che si attende da tempo. Comunque il sole delle 11 surriscaldava senza alcun riguardo la liscia superficie di cemento verde su cui da circa mezzora si svolgeva il mio personale allenamento. Il giovedì mi allenavo da solo. Una scelta precisa atta a consentirmi di dedicare a me stesso tutta la concentrazione e l’attenzione necessaria all’esatta percezione dei movimenti, così come la profondità del respiro e il regolare pulsare delle arterie. Ma quel giovedì non ero solo. Un mio sbadato allievo aveva confuso il giovedì col venerdì quindi ritenni opportuno non rimandarlo a casa. Piombai a terra con un tonfo sordo che però mi apparve del tutto naturale e in totale sintonia con quanto stava accadendo. Il cuore si fece pesante, tanto pesante da farmi credere che volesse  sprofondare nel petto prima di spezzarsi con un ultimo battito secco, rumoroso, definitivo. L’unica cosa a cui la mia mente fu dato di pensare, considerata la tragicità della situazione, fu la più strampalata ed assurda che si possa immaginare: No! Mi tocca morire proprio adesso… prima di finire l’allenamento… Ammettiamo pure che l’ormai scarsissimo flusso sanguigno in grado di raggiungere il cervello abbia contribuito ad obnubilarmi le idee; prendere però atto che l’ultimo ragionamento al cospetto della morte riguardasse il mio disappunto per l’impossibilità di poter concludere la seduta, non può esimermi dal provare perplessità per non dire imbarazzo. Buffo inoltre, come io debba la vita a un allievo distratto, alla sua prontezza nel chiamare l’ambulanza e, come sempre, alle bizzarrie del fato.
Quando mi svegliai immerso nella funerea penombra della sala di rianimazione, intubato e trafitto dagli aghi delle flebo, percepii avvicinarsi minacciosa l’ombra della depressione. Sentii il mondo lontano, ma soprattutto non tanto interessante da volerci vivere ancora, e quasi mi rammaricai che l’opportuno accavallarsi di ottuse coincidenze mi avessero risparmiato. Poi, dopo un lasso di tempo sulla cui durata non ho tuttora consapevolezza, fui liberato dai drenaggi, dalla maschera d’ossigeno, e dall’intimo rapporto con il monitor dallo schermo scuro, sulla cui superficie ondeggiava senza posa la traccia luminescente del mio diagramma cardiaco. Allora mi tornò alla mente quel pensiero così assurdo da meritare di rifletterci sopra. Mi tornò in mente la surreale preoccupazione di non poter terminare il programma iniziato. Mi tornò in mente come quell’idea fissa e senza dubbio folle, avesse monopolizzato la chimica delle poche sinapsi ancora funzionanti e invaso ogni interstizio psichico, in quei casi, normalmente preda del cieco terrore. Com’è possibile, mi domandavo di continuo, che non abbia provato un po’ di paura? Com’è possibile passare da una dimensione all’altra, tanto lontane e tra loro in antitesi, senza subire il brivido freddo della fine o essere sommerso da un’onda di sgomento?
Per rispondere almeno in parte al quesito, riflettei su quanto la vita, per buona parte spesa a studiare il Karate, mi avesse educato ad attribuire eguale importanza alle cose piccole così come a quelle grandi, ma soprattutto, come gli allenamenti quotidiani mi avessero abituato a prestare la massima cura e attenzione al gesto che stavo compiendo, evitando di occuparmi di quello che l’aveva appena preceduto e senza preoccuparmi di quello che un istante dopo l’avrebbe seguito. In pratica, il subliminale insegnamento che tanti anni di ripetizione e studio, specie dei kata, mi hanno impartito, consiste proprio nel riuscire a vivere al cento per cento e in modo globale l’essenza di ciò che sto compiendo, di qualunque cosa si tratti! Sia essa la semplice azione di bere un bicchiere d’acqua, o il facile sollevamento del ginocchio per salire il primo gradino del treno, così come la complessa e rischiosa arrampicata di una vetta.
La vita in ogni respiro. Questa la fascinosa filosofia dispensata dai maestri di spada ai loro giovani adepti.
E questa, con buone probabilità, fu l’inconsapevole lezione appresa durante quegli ultimi fatali secondi di mia parziale lucidità. La cosa essenziale, per me, non era quindi il drammatico passaggio dalla luce all’oscurità che presto avrebbe preso il sopravvento, bensì il delirante rammarico di non poter completare il succedersi dell’armonica e sapiente litania di gesti a cui il corpo assieme alla mente si stavano dedicando. Follia? Stupido fanatismo? Inadeguato complesso di superiorità? Caparbia convinzione di poter gestire perfino gli spazi presidiati dalla morte? Può darsi! Sì… sempre fedeli all’inguaribile foga di giudicare tutto e tutti, potremmo anche decidere di liquidare l’episodio con l’utilizzo dissacrante di una sonora risata. Ma molte cose, nella vita, non sono sempre chiare e lampanti. Anche perché il più delle volte esse vengono osservate attraverso un filtro già intasato dal calcare di opachi pregiudizi o peggio ancora, condizionati dal timore di  dover rimuovere quei grumi di verità così faticosamente conquistati nell’arco di un’intera vita, siamo pronti a considerare pazzi tutti coloro che minacciano le nostre certezze…
Mi parve interminabile il periodo trascorso tra lo squallido allinearsi dei letti nella corsia di quell’ospedale dai muri grigiastri, tanto poco accogliente quanto fondamentale per le terapie intensive cui venivo sottoposto. Ricordo i risvegli all’alba, il cibo inghiottito contro voglia e il senso di spossatezza di cui ogni mia cellula era invasa.
E mi parvero altrettanto lunghi i giorni necessari a riabilitare i muscoli per compiere movimenti elementari, come quello di coprire sulle mie gambe il breve tragitto che mi separava dal bagno.
Ma, una volta “libero”, appena il primo sentore di energia cominciò a scorrere nelle membra, istintivamente mi recai nel luogo dove sapevo aver lasciato in sospeso qualche cosa. Quella cosa, per tutti quei mesi, era rimasta lì ad attendermi certa che sarei tornato per finire ciò che avevo lasciato incompiuto.
Quella cosa è la mia passione. Gli allenamenti solitari, il sudore copioso, la precisa alternanza di affanno e quiete, di velocità e lentezza, di rilassamento e contrazione, la consapevolezza di esistere in ogni gesto; ecco qui le esperienze per cui vivo e mi entusiasmo e sogno.
Tutto questo si aspetta che io non mi stanchi di esplorarne i segreti e assorbirne la ricchezza interiore, molto più vera e profonda di quella percepita dai sensi… Sì… prima di giungere laggiù, ove il silenzio ha posto i suoi confini…prima di giungere davvero là…
Là, dove comincia la notte.

Ferdinando Balzarro                                  Bo: 8/10/04
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