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venerdì 13 dicembre 2019

Aforismi

"Ci sono due regole per avere successo nelle arti marziali. Regola numero uno:non dire mai ad altri tutto ciò che sai" -- Detto giapponese

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Salto nel vuoto PDF Stampa E-mail
A ottomila metri di quota la temperatura scende a meno trentacinque gradi.

L’ossigeno puro, erogato dalla maschera che aderisce a bocca e naso, previene le due reazioni psico-organiche di segno opposto che possono verificarsi in presenza di aria troppo rarefatta. Una di queste conferisce un incongruo e subdolo stato di benessere euforico al quale si accompagna la propensione a sottovalutare gli oggettivi pericoli ambientali e quindi dar vita a comportamenti inadeguati dalle conseguenze imprevedibili. L’altra, al contrario, induce a una sensazione di spossatezza generale, enorme difficoltà di concentrazione, nausee e vertigini, desiderio di abbandono, voglia di rinuncia. La porta assiale del grande C 130 dell’aeronautica militare tailandese, già da un po’ di minuti è spalancata, la sua rampa brunita sulla quale si è subito formato il ghiaccio della condensa, si estende per alcuni metri oltre la carlinga, in pieno vuoto; tutt’intorno solo cielo di intenso color cobalto, poco più in alto cirri sfrangiati dai tesi venti di quota riverberano i raggi del sole e sotto, molto sottile e simile a una breve filigrana d’argento, la pista dell’aeroporto sul quale i miei compagni ed io cercheremo di atterrare. Non dipende solo da noi, non riguarda solo la capacità di manovrare i comandi del nostro paracadute: un ritardo nell’ordine d’uscita, un’improvvisa raffica, una turbolenza inaspettata e tutto può complicarsi, rendere ardue o addirittura impraticabili le normali procedure di avvicinamento al campo attorno al quale cominciamo già a scorgere il verde intenso delle foreste e il lento serpeggiare di larghi fiumi fangosi.

Ma la cosa più sorprendente che caratterizza gli attimi carichi di tensione che precedono un evento tanto straordinario e colmo di incertezza quale può essere un lancio nel vuoto è proprio l’incredibile e a tratti incosciente determinazione a compiere quell’atto irripetibile sulla cui ineluttabilità non si nutrono dubbi. In effetti sono convinto che nella vita di ogni uomo, prima o poi, si affacci quella singolare esperienza alla quale né il suo istinto, né la sua indole, né perfino la sua volontà potranno opporsi. Ciò, ovviamente, vale nelle circostanze in cui, caso o fortuna, impongono di compiere una scelta. Si pensi, per esempio, a quelle più comuni come lo sposarsi, o avere uno o più figli, o intraprendere determinati studi, oppure occuparsi di quel dato lavoro, o dell’attività sportiva alla quale dedicare il proprio tempo libero… mi pare quindi plausibile estendere il concetto di “salto nel vuoto” a tutte quelle scelte che possiamo definire importanti per non dire vitali.

Proviamo a pensarci! Proviamo a immaginare, tra le innumerevoli e forse dimenticate o rijos_se strade sino ad oggi intraprese o anche solo imboccate e presto abbandonate, quali di esse ha veramente impresso la svolta decisiva, e dato l’indirizzo definitivo e marchiato a fuoco la nostra esistenza. In pratica quella che ha condizionato e ancora condiziona la parte più profonda del nostro carattere. Non so quanto ce ne siamo resi conto, ma per ognuna di quelle scelte corrispondevano altrettanti salti nel vuoto.

Considerato che questa è una rivista di arti marziali e che, con buone probabilità, chi mi sta leggendo è un praticante di arti marziali, e con altrettanta probabilità un appassionato di karate, è proprio sulla scelta di tale disciplina piuttosto che di altre che intendo soffermare l’attenzione e stimolare talune riflessioni. Proviamo a ricordare cosa ha attraversato la nostra mente, quali pensieri si spintonavano nel cervello quando per la prima volta abbiamo varcato l’austera soglia di un Dojo. Se per comodità di ragionamento non ci occuperemo di tutti quei casi in cui il karate rappresenta solo un modo come un altro di farsi una sudata e magari perdere qualche chilo, mi pare piuttosto evidente che dietro quell’iscrizione al primo corso di cinture bianche si celavano ben altre e più ambiziose aspettative piuttosto che il semplice desiderio di mantenersi in forma, o passare il poco tempo non consacrato alla professione a sferrare calci e pugni nel vuoto o verso un compagno che non può essere toccato. Dietro quella iscrizione al primo corso principianti si celava il, non so quanto consapevole, desiderio di intraprendere un’attività capace, per sua natura e filosofia, di coinvolgerci fino a divenire un vero e proprio punto di riferimento, ovvero uno dei più importanti strumenti di conoscenza e miglioramento individuale in grado di accompagnarci per tutto il resto della vita.

“Per tutto il resto della vita”. Proprio qui sta il nocciolo della questione! Eccola delinearsi con assoluta chiarezza la sostanziale differenza che contraddistingue la pratica di un’arte marziale (quale è il karate) rispetto al puro sport (ancorché valido da qualunque punto vista lo si voglia considerare). Ma permettetemi subito di sgombrare il campo dal solito sospetto di farmi apostolo e portavoce di quella sterile polemica, viziata da finalismo, nei confronti del karate inteso come sport.

Io nutro un straordinaria ammirazione per gli atleti preparati con professionalità e competenza dai loro validissimi allenatori. Ho grande stima e rispetto per il lavoro cui si sottopongono, gli enormi sacrifici, la tenacia, i rischi, le delusioni a cui vanno incontro. Ammiro il loro coraggio, il grande autocontrollo, la loro destrezza, la loro intelligenza tattica e quella commozione, quelle lacrime chiare versate sul gradino più alto del podio. Mi inchino innanzi alla loro instancabile capacità di soffrire e di lottare fino all’ultimo per ottenere il risultato che si sono preposti.

Dopo questo doveroso e convinto omaggio alla componente agonistica del karate che ritengo essenziale al suo sviluppo e per la sua diffusione, ritorno al tema centrale del mio ragionamento.

Sono in tanti. L’età media è alta. La passione grandissima. Quasi mai il loro passato ha conosciuto la gloria del campo di gara. La loro caratteristica principale è la costanza e l’umiltà di apprendere. Vengono classificati con un termine che, in circostanze diverse, evoca ben altre qualità o decanta invidiabili performance. AMATORI: così sono infatti definiti tutti coloro che, per le ragioni più disparate, da innumerevoli anni continuano ad allenarsi con regolarità senza alcuna ambizione agonistica o fanatici intenti rissaioli. L’unica sfida che concepiscono è quella con loro stessi. L’unico avversario che vogliono battere è la comune inclinazione di arrendersi al cospetto delle difficoltà. L’unica aggressività che jos_trano è rivolta contro la loro pigrizia. L’unico obbiettivo che vogliono raggiungere è un sano rapporto con se stessi e una instancabile ed equilibrata brama di capire, di apprendere, di migliorare. Loro sono il pilastro portante delle palestre, la linfa vitale delle federazioni, il concreto supporto economico dei bilanci sempre in rosso che assillano le piccole come le grandi società sportive, i volonterosi dirigenti dei comitati regionali, gli organizzatori di prestigiosi eventi agonistici. Proviamo a domandarci cosa accadrebbe se non ci fossero loro. Proviamo a chiederci, se non esistessero quelle migliaia di praticanti, quelle migliaia di amatori di cui le varie federazioni si fanno vanto dichiarando (e spesso millantando) numeri da capogiro, cosa ne sarebbe del nostro tanto celebrato karate? Forse sarebbe costretto a tornare alla sua originale versione esoterica, ricominceremmo a praticare nelle cantine, quasi di nascosto per non correre il rischio di essere scoperti e banditi come extra comunitari senza permesso di soggiorno. Ma no! No! Possiamo stare tranquilli! Gli amatori, malgrado rappresentino un popolo senza voce e senza diritti, malgrado sia l’unico caso al mondo dove una “maggioranza” viene privata perfino della elementare possibilità di esprimere con il “voto” il suo modesto parere sulle travagliate vicende federali, sono anche i praticanti più fedeli, e più disponibili, e con minori esigenze, salvo una: quell’unica e importantissima e irrinunciabile di essere almeno rispettati per la loro dignitosa e ostinata volontà di esistere.

Grazie ai miei numerosi stage percorro l’Italia in lungo e in largo. Ogni anno incontro centinaia di persone di età diversa, di diversa cultura e di diversa esperienza. Molti di loro sono maestri, altri solo appassionati praticanti, ma in tutti avverto lo stesso entusiasmo, la stessa voglia di imparare, il medesimo desiderio di scoprire cosa di grande o di nascosto può ancora offrire loro quell’arte esotica e misteriosa che tanti anni prima avevano scelto e non si sono più stancati di amare. Il corso, così detto avanzato che tengo nella mia palestra di Bologna tre volte la settimana, è formato per la maggioranza da allievi che mi seguono da almeno trent’anni. Alcuni erano poco più che ragazzini, ora sono uomini fatti, sono padri di famiglia, ricoprono incarichi di responsabilità; tra loro ci sono medici, ingegneri, professori universitari, direttori d’orchestra, imprenditori, avvocati, cuochi, falegnami, operai, vigili del fuoco, muratori. Giungono puntuali, hanno ancora sulla pelle e nello sguardo il peso di una giornata di lavoro, forse più faticosa del solito, forse più preoccupante del solito. Indossano tutti lo stesso keikogi bianco, portano con orgoglio quasi infantile la cintura nera alla quale sono affezionati e a cui continuano ad attribuire il medesimo romantico valore di quando, un giorno ormai lontano, superarono l’esame.

E’ a loro che voglio dedicare queste poche righe. Alla loro passione, alla loro modestia dedico i miei sforzi di oggi e di domani per tentare di concepire quest’arte in maniera sempre più autentica, sempre più completa e cercare di coglierne gli aspetti più profondi, quelli che nascono dall’interno, quelli che ti costringono ad ascoltare il corpo, avvertire il battito del cuore, lo scorrere del sangue, il flusso del respiro, il vibrare dello spirito.

A volte credo di smarrirmi. E’ difficile liberarsi delle abitudini, scrollarsi dalle spalle le certezze, rinunciare a un sentiero ben battuto per proseguire il cammino ove ancora non si intravedono che deboli tracce. A tutti loro, alla loro modestia, alla loro fedeltà, alla paziente fiducia che non si sono mai stancati di accordarmi, dedico queste mie ansie e queste mie paure e il mio prossimo, forse ultimo, SALTO NEL VUOTO.
 
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