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giovedì 17 ottobre 2019

Aforismi

"Il momento adatto per influenzare il carattere di un bambino è all'incirca cento anni prima della sua nascita." -- William Ralph Inge

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Karate e Karate Do PDF Stampa E-mail

 

Nella ormai evidente dicotomia “tradizionale e “sportivo” il Karate moderno subisce un inevitabile impoverimento di valori.

 

Che la società, i praticanti, inevitabilmente influenzino nel tempo l’evoluzione di quest’ Arte è cosa nota ai più, lo stesso Maestro G.Funakoshi ebbe modo di esprimersi a questo riguardo. Il problema semmai è se questo inevitabile processo debba essere vissuto come un adattamento passivo dell’ Arte all’ evolversi dei modelli socio-culturali, ovvero aderirvi senza spunto critico per meglio sopravvivere, o essere portatore di valori, modello di riferimento, che quindi possa interagire in maniera propositiva, accettando i rischi connessi di fluttuazioni nell’afflusso degli adepti.

La comprensione di quanto sopra è di grande importanza, perché il distinguo in questione porterà nel giro di poco tempo alla finalizzazione di due modelli completamente differenti ed antitetici con una possibile perdita, in senso assoluto, nel numero di futuri potenziali praticanti.

 

Non penso sia tramite una applicazione ossessiva di sedicente marzialità piuttosto che nella ricerca di medaglie che riusciremo ad apportare un miglioramento evolutivo “profondo” a questa disciplina.

Sappiamo bene che il karate italiano degli anni settanta non potrebbe essere più proposto ai praticanti di oggi, non lo comprenderebbero, lo rifiuterebbero, sappiamo che la medicina, fisiologia, biomeccanica ed alimentazione sono scienze importantissime in una disciplina da combattimento come la nostra, ma i valori dove sono? Ce li siamo persi per strada? Alcuni dicono che non ci sono mai stati a parte una ostentata forma di etichetta.

 

Il problema fondamentale è che il karate è arrivato in Italia portando con se valori culturali tipici della società giapponese degli anni sessanta, il karate era una delle discipline del Budo, la pratica del buddismo Zen comune tra i praticanti. Da parte nostra il tessuto sociale era culturalmente adatto, in quel periodo, ad essere penetrato da discipline orientali esoteriche, che, come tali, sarebbero state assimilate parzialmente causa le notevoli differenze culturali e sociali di Italia e Giappone.

 

Ne è conseguenza che il karate nella sua evoluzione “fisiologica” migliora da un punto di vista biomeccanico grazie alla scienza., all’esperienza di tanti Maestri e praticanti ma nella sua “branca” sportiva corre verso l’efficienza motoria delle tecniche in funzione di regolamenti di gara, non di una efficacia “tecnica”, del gesto in senso assoluto.

 

Per contro è presente la componente oltranzista dove l’etichetta viene prima di tutto dove “ fare forte” è la parola d’ordine.

 

I giovani sono confusi giacchè in un caso praticano un semplice sport nell’ altro una Arte Marziale di cui non ne comprendono bene (quindi non sentono) determinate ritualità e leggi.

Per poter comprendere meglio il senso del karate do è necessario accettarlo come disciplina del Budo, che conserva in se valori tramandabili purchè evoluti e ritrasmessi nella nostra odierna cultura occidentale in una maniera semplice e comprensibile.

 

Ecco quindi che il karate do qualora contenesse in se i concetti evoluti del Budo, proporrebbe dei valori educativi ai nostri giovani, efficaci nella trasmissione, di cui il fondamentale è l’idea di impegnarsi in qualsiasi attività (lavorativa, affettiva, sociale ecc.) come investimento della propria vita.

 

Il perfezionamento nel Karate, deve quindi essere finalizzato ad una tendenza all’autoformazione, sviluppando nel giovane praticante le sue qualità di autocritica.

La pratica, il Dojo, le regole comportamentali, il rispetto per se stessi e per il prossimo anche se a noi ostile (saluto), il controllo psicofisico del corpo e delle emozioni non sono altro che strutture portanti necessarie al miglioramento nella disciplina del Karate Do e nel contempo schema di sviluppo nella vita sociale.

 

Il praticante impara così ad essere sempre più autonomo e responsabile (valevole particolarmente per i giovani) mentre il Maestro ha il compito di trasmettere un codice tecnico unito a valenze culturali. In altre parole l’allievo impara ad educarsi consapevolmente sotto la guida del Maestro non ne subisce semplicemente l’insegnamento.

 

All’interno di questo modo di praticare è lapalissiano che il codice tecnico dovra’essere il più completo possibile, poiché anche le tecniche non valide in contesti agonistici verranno studiate ed approfondite in maniera adeguata. La pura pratica di un Karate agonistico depaupera inevitabilmente il bagaglio tecnico di un atleta, giacchè i suoi sforzi durante gli allenamenti saranno concentrati particolarmente sulle tecniche valide per regolamento.

 

Il giovane praticante, in questa maniera, verra’ consapevolizzato della propria crescita tecnica ed umana, il colore della cintura perdera’ gradatamente di significato in quanto espressione narcisista dell’Io. il passaggio di Kyu e di Dan assumera’ un significato meno superficiale e piu’ interiore.

Sarebbe auspicabile la nascita di un “movimento” che nulla abbia a che vedere con dispute federali o societarie, che dedichi la propria attivita’ alla trasmissione di un codice completo del Karate, di scambio culturale, di crescita dei praticanti in chiave autoformativa, che intenda promuovere idee, concetti, interpretazioni condivise culturalmente anche al di fuori del territorio italiano. Una comunita’ dove il grado e la tessera non sono il “verbo” bensi’ l’attivarsi in un reciproco sforzo atto alla crescita umana di chiunque desideri particare.

 

Questi concetti appena esposti non sono compatibili con l’anima da mercante che muove certi settori del Karate Sportivo, si tratta di una questione di fondo, il motivo per cui pratichiamo se è solo, il mercimonio dei Dan, il lustro delle cinture bianco-rosse, il potere, il narcisismo individuale ed il danaro allora cerchiamo di avere il coraggio di utilizzare un neologismo, in quanto il Karate di per se, pur evolvendosi giustamente  nel tempo non è snaturabile nella sua essenza.

 

M° Guido Papetti

5° Dan FIJLKAM

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