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Secondo me abbiamo un problema! Un problema però, la cui soluzione non dipende da noi. E quando dico noi mi riferisco a tutti quelli che come me, per ragioni diverse e diversa fortuna, si sono ritrovati a camminare sulla (ammettiamolo) non sempre retta via del karate. Il problema di cui parlo, riguarda la malinconica ma altresì ineluttabile “fine” dei “Maestri”.

Preciso subito che quando uso il termine “fine”, non intendo la morte fisica di questa o quella persona, così come quando dico “Maestri”  non cito la pur prestigiosa qualifica tecnica rilasciata, dopo la doverosa formazione, da questa o quella federazione. Quando parlo di “fine dei Maestri”, alludo al venir meno dell’accezione di precipua universalità che con l’utilizzo della parola Maestro s’intende significare. Infatti Maestro è colui che sa. Ma attenzione! Egli sa a prescindere dalle conoscenze e dalle esperienze acquisite: paradossalmente, il Maestro, sa… prima di conoscere. In pratica, alla stregua di altri doni filosoficamente considerati “divini” quali ad esempio il carisma o la genialità o l’estrema bellezza, la maestria non si acquista, né si apprende, né tantomeno si ottiene superando uno o più esami. La maestria è un processo superiore il quale, grazie alle imperscrutabili alchimie presenti nell’anima, può convertire qualunque forma di espressione umana, fosse anche la più spontanea ed elementare, in opera d’arte.
Come mi parrebbe altrettanto riduttivo configurare il Maestro nella generica schiera di coloro i quali, per mestiere o pura passione, sono impegnati ad insegnare (ammaestrare) durante il regolare avvicendarsi dei loro occasionali discepoli. Azzardo addirittura affermare che il Maestro non insegna, non ammaestra. Non ne ha bisogno! L’intensa attività mirata al proselitismo e all’imbonimento non lo riguarda, né ancor meno gli interessa dispensare pillole di saggezza o puntuali indicazioni esistenziali o, peggio ancora, arringare le masse per presunti nobili fini ideologici. A Lui basta esistere! Basta muoversi come sa muoversi, esprimersi come sa esprimersi, basta essere quello che è. Al Maestro basta essere interamente se stesso, tanto nel bene così come nel suo opposto. Non so se una figura di tal spessore è mai esistita nel mondo marziale che comunque, come è noto, pone il tema del Maestro al centro di tutto il processo storico ed evolutivo dell’arte stessa. Probabilmente occorre risalire alle leggendarie figure di cui raccontano le non sempre obiettive  e riscontrabili vicende del nostro recente passato. Ma, lo sappiamo! Gli elementi di cui si pasce la cronaca delle umane vicende, sono spesso quelli più renitenti alla verità. D’altra parte, come qualcuno ha detto o scritto, l’uomo ha sempre avuto più bisogno di falsi miti che di miserrime verità. Ciononostante mi sento di affermare, senza eccessivo timore di smentita, di aver goduto l’enorme fortuna di conoscere e incontrare, lungo il tortuoso sentiero della mia esistenza, Maestri molto vicini all’emblematico e forse utopistico profilo  appena tracciato. Tralascio lo scontato riferimento ai miei Maestri diretti: entrambi giapponesi, ed entrambi accreditati dell’unanime consenso di tutto il mondo marziale. Infatti il M. Kase cosi come il M. Shirai (di cui mi onoro essere tuttora allievo) data la loro fama, non hanno bisogno del mio personale encomio per accrescere l’indiscusso prestigio di cui già godono. Inoltre credo proprio che i loro nomi siano ormai entrati nella zona aurea e quasi metafisica adatta ad infiammare le particelle di irrazionalità che da sempre stanno alla base di ogni mito. Invece mi piacerebbe poter ragionare dell’eventuale esistenza di quei pochi che, per la loro personale storia, le caratteristiche tecniche e soprattutto le qualità umane, ricordano in qualche modo l’immagine classica, romantica e probabilmente in via di estinzione del Maestro di Karate-Do.
A questo punto considererei addirittura di cattivo gusto stilare una lista di nomi, o peggio, arrogarmi la presuntuosa facoltà di proporre una classifica meritocratica funzionale solo alle mie soggettive valutazioni. Per questo, prima di tutto, tenterò di teorizzare una griglia interpretativa (termini orrendi data la qualità dell’argomento trattato) per quanto possibile adatta a conferire un minimo grado di oggettività alle mie considerazioni.
Data per scontata la competenza didattica, è evidente che la prima cosa che ci si aspetta da un Maestro è l’altissimo tasso di classe sprigionato dai suoi gesti. Ma è altrettanto evidente come questi ultimi, malgrado l’indiscussa propensione a creare suggestioni, non sono sufficienti. Infatti, se il confronto avvenisse sulla semplice prestazione atletica, qualunque giovane agonista di alto o medio profilo sarebbe potenzialmente capace di superarlo. Anche le pur indispensabili specifiche conoscenze culturali, nonché la predisposizione a far comprendere e assimilare le tecniche o stimolare entusiasmi e coraggio e nuove motivazioni, di per sé non bastano. Ogni accreditato allenatore di qualsivoglia disciplina è di fatto ottimo portatore dei suddetti requisiti. No! A mio giudizio, il Maestro è colui che, più o meno consciamente, incarna il concetto filosofico di “Esempio”:  non quello encomiabile e stucchevole da seguire stolidamente in maniera pedisseque, o quello talmente contagioso e plagiante da provocare destabilizzanti a volte irreversibili crisi esistenziali, no! Proprio gli esempi (per loro natura non sempre buoni) possono mettere in evidenza ciò che non va fatto o palesare clamorosi errori da non ripetere. L’“Esempio” a cui alludo non è legato a singole ed estemporanee azioni, oppure a occasionali anche se eclatanti vicende personali, nonché al trionfale effimero raggiungimento di prestigio e onori. Il tipo di “Esempio” di cui parlo è composto dalla medesima pastosa materia della quale si nutrono le “vocazioni”: quelle definitive, quelle senza fronzoli né maschere né ripensamenti e giammai dettate da meschini opportunismi. E’ il costante “Esempio” di un preciso modo di esistere. E’ il coerente “Esempio” di un modo di proporsi, di rischiare sulla propria pelle. E’ l’“Esempio” di un “Uomo” che ci dà la certezza di trovarsi sempre dove ci si aspetta di incontrarlo: là dove si aprono nuove piste, là ove è molto forte il rischio di smarrirsi. Sì! Un preciso canone di vita, un sistema infallibile per essere giudicati, apprezzati, oppure oggetto di critica, perennemente insidiati dalle invidie, odiati e amati, seguiti con commovente devozione o d’improvviso e senza appello abbandonati. E’ l’esasperato cocciuto “Esempio” di quanto si possa essere legati ai propri ideali e, costi quello che costi, fedeli alla propria irrinunciabile e mai compromessa libertà intellettuale.

Bene! Una volta puntualizzati questi parametri, (rispetto ai quali non mi sfugge il rischio di una patetica scivolata nel melenso brodino della retorica) di certo più adatti ai voli mentali di un ingenuo sognatore piuttosto che al freddo pragmatismo di un esperto preparatore sportivo, e stando molto attenti a non cadere nella artificiosa costruzione di un personaggio inesistente, credo che per ognuno di noi sarebbe interessante domandarsi se mai ci è capitato, nell’arco del nostro individuale percorso, di conoscere oppure frequentare o anche solo intravedere lo sfumato profilo di questa figura solitaria e idealista della quale però fu sufficiente ascoltare la voce ed incrociare lo sguardo per riconoscere, nel rapido lampo dei suoi occhi, la rassicurante luce della Maestria.                    

Ferdinando Balzarro                                       Bo. 20/11/04
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Pubblicato su Samurai di Marzo 2005

 
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