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venerdì 13 dicembre 2019

Aforismi

"L'obiettivo del karate non sta nella vittoria o nella sconfitta, ma nel perfezionamento del carattere dei suoi adepti" -- Gichin Funakoshi

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Sotto il Keikogi...niente PDF Stampa E-mail
La parola giapponese KeikoGi è il termine generico col quale usiamo indicare l’abito utilizzato dal praticante le arti marziali. Come tutti sanno, più specificatamente  gli adepti del karate indossano il KarateGi: indumento di foggia comoda composto da pantaloni bianchi, giacca bianca con ben stretta attorno alla vita la caratteristica cintura dal colore variabile secondo il grado raggiunto. Ed è appunto il conseguimento della fajos_a cintura nera uno degli obbiettivi più ambiti dagli studenti ai quali, sin dalle prime lezioni, non è sfuggito il forte significato simbolico e il carico di suggestiva importanza ad essa tradizionalmente attribuito. D’altro canto l’uomo, per significare al massimo i valori in cui crede e persegue, è sempre ricorso all’utilizzo di “simboli” i quali, proprio grazie alla concreta tangibilità che li caratterizza, possono conferire forma manifesta, visibilità e corpo a concetti che altrimenti, proprio per la loro accezione filosofico spirituale, tenderebbero a trascendere la materia nonché a disperdersi nella vaga e quasi sempre ambigua area del metafisico. Ma il paradosso contro cui sempre più spesso i “simboli” rischiano di imbattersi riguarda il sistematico svuotamento degli autentici contenuti per cui essi sono stati creati, riducendosi man mano a tristi simulacri di un principio etico ormai estinto. Infatti alle soglie del 2006 nel brulicante mondo delle arti marziali, proprio là dove i riti hanno rappresentato lo scheletro portante delle diverse discipline che lo compongono, il fenomeno della decadenza dei “simboli” è divenuto particolarmente evidente e, a parer mio, grave. Ma, come ho già avuto occasione di affermare in precedenti articoli, il termine “grave” si rifà a concetti a loro volta superati se non addirittura spazzati via dall’imponente onda della più esasperata commercializzazione, nonché dal decisivo impatto con la letale “variante sportiva”, le ambizioni olimpiche, l’allenamento scientificamente periodizzato, i mutevoli regolamenti di gara, le ciniche logiche agonistiche, gli obiettivi di onori e gloria da raggiungere in fretta, sempre più in fretta, non c’è un minuto da perdere, il tempo incalza, o brilli come una stella o ti spegni per sempre. Ma non sarò tanto sprovveduto ed ottuso da mettermi ad accusare qualcuno o a polemizzare con qualcun altro per quello che si sta verificando sotto i miei occhi in maniera così chiara e globalizzata. L’inguaribile fatalismo mi induce infatti ad accettare gli eventi, quando essi si impongono in modo tanto evidente e clamoroso e, pur afflitto da un sottile velo di tristezza, mi ingegno perfino a prevedere l’ulteriore declino del karate che più amo e più mi sta a cuore: quello del fajos_o “Do”, quello della ricerca del misterioso “Chi”, quello del cocciuto perfezionamento individuale; parlo di quel karate che non ha fretta perché destinato ad accompagnarci per l’intera vita; parlo di quel karate che, anche nei momenti più difficili quando siamo frustrati e stanchi, non abbandoniamo in quanto consapevoli che attraverso la sua costante pratica possiamo ritrovare noi stessi, possiamo capire meglio chi siamo, possiamo fare conoscenza con i nostri limiti, toccare con mano le nostre debolezze, scoprire paure tenute ben nascoste nel profondo dell’anima, e forse possiamo imparare a guardare con serenità le rughe affollarsi sugli zigomi mentre invecchiamo meno timorosi di incontrare la morte. No! Sotto al keiko-Gi… niente! Niente più si cela dietro il simmetrico nodo della cintura! E i piedi nudi? La riga perfettamente allineata, tutti seduti sui talloni, il respiro sommesso, l’ansia contenuta, l’emozione sospesa per quell’attimo solenne che precede il saluto al Maestro? Ah… sì il Maestro… parola che oggi si ha quasi pudore a pronunciare: troppo pesante, troppo reverenziale, troppo di casta, troppo indice di supina sudditanza… questa è l’era degli allenatori, dei preparatori atletici, degli strateghi del combattimento, degli esperti dietologi, dei furbi politici, degli ambiziosi burocrati, dei fidi faccendieri. Questo è il tempo di calci e pugni lanciati a ritmo di musica, questo è il tempo delle casacche a strisce, della fascia sulla fronte, delle materassine colorate, dei palloncini sospesi, delle Nike calzate ai piedi.
Ma va, ma va… non rattristiamoci… per fortuna ancora si trovano eccezioni alla regolarità degli eventi; ricordiamoci del buon “Amleto” che pur in punto di morte diceva tutto il resto è silenzio, e così spronava quelli come noi a continuare ad esistere malgrado tutto, malgrado le lacerazioni, i terremoti interiori e il silente malinconico tracollo degli ultimi “simboli” a cui, pieni di sincero entusiasmo, abbiamo creduto e dedicato la vita.                      
   
Ferdinando Balzarro                                  Bo: 21/02/05
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