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giovedì 24 ottobre 2019

Aforismi

"Le cose migliori si ottengono solo con il massimo della passione." -- Johann Wolfgang Goethe

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Karate Do… Forse è amore? PDF Stampa E-mail
Tutti i rapporti, anche quelli più intellettuali, non sfuggono al competente preliminare dei segnali corporei. Una mano che si stringe attorno alla tua, uno sguardo complice che si posa sui tuoi occhi, un lampo che illumina il sorriso di chi non s’aspettava d’incontrarti, l’irrigidirsi deluso dell’espressione dopo la tua risposta negativa. Segnali lievi, a volte appena percettibili, ma sufficienti per cominciare a riconoscere almeno un po’ il mondo che vive là, al di fuori di noi...

Con la maggior parte degli esseri umani questi brevi e occasionali contatti bastano e avanzano per quel poco che ci interessa sapere di loro. Ma quando essi si concentrano e moltiplicano attorno ad un unico essere, e quando questo stesso essere anziché ispirarci al massimo un po’ di piacere se non addirittura noia, ci insegue e ci tormenta come il ritornello di una canzone di cui non conosciamo neppure il titolo e ci accorgiamo che ci è divenuto indispensabile come l’atto di respirare, cosa dobbiamo dedurne? Quali segreti, sino ad oggi sepolti nel profondo del nostro universo interiore, questo sentimento convenzionalmente definito “amore” potrà rivelarci? Avevo sempre ritenuto che il tanto abusato termine “amore” non fosse altro che un’iperbole adatta a sospingerne il concetto oltre il limite del verosimile. Oggi ne sono meno certo. *
Mi premuro subito rassicurare coloro i quali, leggendo questo incipit, hanno legittimamente pensato che mi abbia dato di volta il cervello.
No! Tranquilli! Non ancora la mia mente ha smarrito le opportune connessioni con la realtà che la circonda. Semplicemente, una volta tanto, e ben attento a non scadere nel più sdolcinato romanticismo di maniera, desidero trattare l’argomento “Amore” nella sua accezione più astratta ma, non per questo, meno realistica. Cosa ci azzecchi poi il concetto Amore con un mondo tanto controverso, diviso e ostile qual’è quello delle arti marziali, cercherò di spiegarlo teorizzando il nesso indissolubile che intercorre tra pensiero ed azione, tra idealismo e pragmatismo, tra scelta e destino, tra passione e fede incondizionata.
Uno degli argomenti che più di ogni altro incuriosisce e stimola i fermenti immaginativi dell’uomo si concretizza nella possibilità di realizzare se stesso attraverso pratiche fisiche e intellettuali del tutto affini al suo estro ed alla sua innata predisposizione a voler conoscere, capire e progredire. Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza. Proprio in questa super celebrata frase del sommo Dante, credo si racchiuda il senso più profondo dell’esistenza umana. Cosa ci staremmo a fare in effetti su questa dannata Terra se perlomeno, individualmente, non tentassimo il progressivo raggiungimento di un grande fine? Grande per noi si intende! E noi possiamo considerare grandi non solo momenti di particolare eccitazione, cioè quando l’immaginario vibra di confusi e palpitanti turbamenti, bensì anche quei placidi intervalli in cui lo spirito, serenamente tranquillo e non turbato dal ricordo delle emozioni , guarda a se stesso coll’imperturbabile distacco tipico del saggio. E cosa di più grande potremmo immaginare per noi se non il singolare pathos del quale diveniamo preda quando ci sentiamo coinvolti emotivamente da qualcuno o da qualcosa? Coinvolgimento emotivo la di cui ovvia conseguenza comporta lo sbocciare del sentimento più potente e totalizzante che per pura prassi terminologica definiamo “Amore” e che, salvo interrompersi di colpo o ingloriosamente sopirsi entro la bruma della indifferenziata noia, riesce a condizionare, se non proprio tutta, buona parte della nostra esistenza. Sempre convenzionalmente, un sentimento di così conclamata importanza, per essere riconosciuto tale, necessita arricchirsi di ulteriori elementi psico - etico- temporali connessi tra loro dalla medesima fluida sostanza. Infatti è noto come il vero amore esiga per se stesso assoluta fedeltà, totale dedizione e durata pressoché illimitata (ovvero limitata all’intero arco della propria vita: rammenterete le lapidarie parole con cui il sacerdote suggella l’unione dei due novelli sposi “Sin che morte non vi separi”). Una volta stabiliti con sufficiente chiarezza taluni parametri salienti, caratteristici del turbamento amoroso, possiamo comprendere con buona approssimazione quando sia il caso di considerarci innamorati di una persona, o di un idea, o di una particolare scelta esistenziale in grado di monopolizzare e nel contempo rendere complementari due elementi tanto differenti quali l’energia chimica sprigionata dai muscoli e l’irrequieta ambizione di trascendenza irradiata dallo spirito.
Così, dopo i necessari preamboli, giungo finalmente al cuore dell’argomento. Proviamo a domandarcelo: siamo veramente innamorati di ciò che abbiamo scelto di fare e quindi, per ragionamento transitivo, di essere? Proviamo a chiederci se stiamo semplicemente professando, pur con encomiabile competenza, un mestiere o viceversa stiamo coltivando i germogli di una straordinaria passione, una fede monolitica, un imperituro sentimento d’amore per quello a cui, da tempo, dedichiamo anima e carne?
Sull’onda di questi interrogativi mi permetto sottoporre alla vostra cortese attenzione il mio personale e forse un po’ aristocratico punto di vista sul tanto dibattuto, a tratti controverso, e il più delle volte malinteso concetto di “Karate-Do”. Pongo la parola “Karate” innanzi al suffisso “Do” solo perché, per ovvie ragioni, ritengo scontato che la maggior parte dei miei lettori siano praticanti di questa arte marziale, ma resta inteso che davanti al termine “Do” potremmo iscrivere qualunque forma di attività umana non necessariamente appartenente alla sfera delle arti da combattimento. Infatti, se dicendo “Do” intendiamo significare l’istintiva vocazione dell’uomo a percorrere una “Via” di ricerca e conoscenza capace di travalicare ogni intelletto, ci rendiamo subito conto dell’assoluta universalità di tale umana inclinazione. Comunque, per attenerci al nostro Karate e alla mai contestata certezza delle sue profonde connessioni col Budo giapponese e senza sottovalutare i netti influssi su di esso apportati dalla religione Shintoista e dal Buddismo Zen, possiamo oggi più modernamente considerare il Karate-Do come formidabile strumento di miglioramento individuale in netta opposizione alla sinistra passione del “male” che la nostra epoca, più che mai, pare prediligere. Quindi il Karate-Do come infaticabile auto analisi, nonché inseparabile compagno di viaggio idoneo a fornirci risposte adeguate durante l’avvicendarsi, non sempre scevro di angoscia, delle diverse stagioni della vita. Va da sé come sia impensabile e profondamente errato ritenere adatti a questo continuo processo di approfondimento interiore solo coloro che, data l’età avanzata e la consumata esperienza, siano faticosamente giunti a percorrere l’ultimo tratto della loro strada. Il “Do” a cui faccio riferimento, come tutte le “Vie” di questo mondo, ha un suo inizio e un’inevitabile fine. Non esiste un’età anagrafica consigliabile per dare principio a questo “viaggio”. Non esiste un momento preciso per avvertire impellente il bisogno di conoscere e di scoprire. Non esiste un giorno preciso per aver voglia di iniziare l’infinita ricerca di quel se stesso che si nasconde in ognuno di noi cercando di sottrarsi al nostro controllo, alla nostra consapevolezza e, soprattutto, alla nostra attitudine ad amare. Amare, eccolo di nuovo il verbo tanto abusato e speso a piene mani in circostanze non sempre all’altezza della sua intrinseca inclinazione alla trascendenza. Eccolo di nuovo questo invasivo sentimento capace di impadronirsi a tal punto di noi da deviare in un senso o nell’altro i misteriosi flussi e riflussi di una vita.
Sì! Occorre amare fortemente ciò che per natura diversa e diverso destino ognuno ha stabilito di essere. L’intera esistenza è un continuo alternarsi di cose che succedono. Indefiniti richiami… echi lontani… indecifrabili emozioni… sospiri nel vento… fatti che spesso accadono nostro malgrado… a volte neppure ce ne accorgiamo… altre volte, ispirati da quello che riteniamo un preciso atto di volontà, operiamo scelte riconosciute fondamentali per il nostro futuro. Sì! Ci sono cose che succedono… a volte solo nel corpo… altre volte invece, dissolte nell’insondabile humus dell’anima, esse creano quell’habitat perfetto dove realtà e sogni fatalmente coincidono.            
           

* tratto da “SABBIA” di F.B.
 
Ferdinando Balzarro        Bo 24/07/05          (Samurai - Ottobre 2005)
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