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Il Karate Tradizionale e quello Sportivo PDF Stampa E-mail
E' ormai un dato di fatto certo che la pratica del karate debba essere classificata: uno è praticante di karate tradizionale o sportivo (è anche di moda dire "generico"). Non si scappa. Molto spesso mi sono chiesto, ed altrettanto spesso mi è stato chiesto, se questa diversificazione sia proprio necessaria. L'interrogativo è interessante, particolarmente per chi del karate non guarda soltanto l'aspetto gestuale, ma gradisce scendere nell'approfondimento culturale e sociale. Proviamo. Innanzitutto credo che la definizione "karate sportivo" sia concettualmente errata: non si può definire o limitare o classificare un'arte di combattimento giapponese, conoscendo e valutando le motivazioni d'origine e le tappe evolutive della stessa, con il termine "sportivo". Possiamo parlare di "combattimento sportivo" per differenziare la specialità da gara dal combattimento dell'arte marziale: nato per esigenza di vita e caratterizzato dal concetto di "shobu ippon", un colpo solo: vincere o morire! Ovviamente in una attività riferita alle masse, era indispensabile svincolarsi da certe concezioni piuttosto limitative e riservate ad una utenza interessata più agli aspetti filosofici che a quelli motori. Quindi benissimo parlare di pratica di kumite sportivo, specialità questa indicata per coloro che del karate amano l'aspetto più esteriore e meno profondo. Ma non commettiamo l'errore di generalizzare tutto il karate nel termine sportivo. Il karate rimane uno, ed è quello. Che ci piaccia o no. Non possiamo trasformare un'arte complessa e completa in qualche cosa che riusciamo a fare meglio o della quale siamo più interessati. Pensiamo poi alla trasmissione delle cose: che futuro avrebbe un "karate sportivo"? Sarebbe in mano ai regolamenti: cambiano le regole di gara, cambia il karate. Come è possibile? Una pratica che ha attraversato secoli di guerre, epidemie, disastri naturali, che ha sopportato la morte di decine di generazioni di Maestri che ne hanno cementato la cultura, potrebbe essere trasformata, in nome di becere opportunità di una Nazione che avendo vinto i Mondiali decide che il karate ora è quello che i suoi atleti di punta sanno fare. E l'anno dopo magari si cambia tutto o quasi. Nel giro di una decina d'anni finirebbe tutto. A volte sento parlare di Tradizionale e mi sembra che ci si stia creando un'alibi: che cosa vuole dire "tradizionale", specialmente se espresso da un praticante di karate? Io credo che per tradizionale si intenda una pratica fedele alle origini, intatta nella sua parte cerimoniale e strutturale, che comprenda l'allenamento a tutte le componenti dell'attività e che ne persegua il raggiungimento dei fini. Ovviamente non credo che sia la testarda negazione dell'evoluzione fisica e culturale dell'uomo, dijos_trata nel sostenere e proporre gestualità errate e dannose dal punto di vista fisiologico e meccanico, oppure nello imporre determinati atteggiamenti come indispensabili per il mantenimento della tradizione. La pratica del karate deve passare attraverso lo studio dei kata: dai kata devono essere tratti gli allenamenti per i fondamentali che, pur rimanendo tali, devono essere rivisti e rinnovati. Ad esempio: quante volte una certa tecnica di un kata, che non è prevista nelle normali combinazioni di kihon, deve essere imparata proprio nel momento in cui si impara il kata che la contiene? Molto spesso. Perché non si studiano combinazioni di kihon che prevedano le tecniche particolari dei kata e la loro applicazione? Forse perché non è tradizionale ? Perché non si ricerca nell'applicazione dei kata quello che il maestro codificatore voleva trasmettere e che non è così evidente? Perché in nome del tradizionale si continuano a proporre applicazioni estremamente banali e molto spesso improbabili? Non sarà che spesso ci si rifugia dietro alla giustificazione: "nel tradizionale si fa così" perché non si è capaci di crescere o non si vuole crescere, perché crescere non è tradizionale? Chi decide di praticare il karate lo fa perché ritiene di trovare in esso un beneficio: fisico, spirituale, culturale, sportivo. Chi insegna karate deve saper dare ognuna di queste cose. Senza dichiararsi immediatamente profeta dello sportivo o tenutario dei segreti tradizionali e rifiutando l'uno o l'altro. Deve insegnare i principi basilari dell'arte e garantire al praticante l'incolumità fisica. Deve conoscere i concetti filosofici e la cinesiologia. Deve apprezzare i kata incoraggiando la pratica del kumite. Deve allenare gli atleti al combattimento trovando nei kata utili riferimenti. Non deve, in nessun caso, sostenere che la preferenza di un tipo di pratica sia il preludio di una futura appartenenza ad un tipo di karate . Se i maestri riusciranno a fare questo saremo sicuri che il karate continuerà ad essere quello che abbiamo imparato dai nostri predecessori. Se commetteremo l'errore di legittimare diversi tipi di karate inizieremo a decretarne la sua fine.
 
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