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giovedì 17 ottobre 2019

Aforismi

"Quando due tigri combattono tra loro una è certa di restare menomata e l'altra di morire" -- Gichin Funakoshi

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L'ombra dei nani PDF Stampa E-mail

“Quando il sole è al tramonto, le ombre dei nani si allungano”

Trovo bellissimo questo proverbio (di autore ignoto come tutti i proverbi) con buon margine di attendibilità attribuito alla pluricentenaria saggezza indiana. Per coloro a cui (causa pura disattenzione) dovesse sfuggire la sottile metafora che esso racchiude, mi permetto specificare che: quando il sole è al tramonto si riferisce all’imbarbarimento dei costumi e relativo  impoverimento spirituale conseguente al declino cui, prima o poi, vanno incontro le grandi civiltà; mentre: l’allungamento delle ombre dei nani denuncia l’altrettanto inevitabile imporsi degli ambiziosi “mediocri” i quali, grazie a tale funesta circostanza, possono finalmente elevarsi all agognato rango di grandi uomini.

Con tutte le dovute distinzioni e forzando (ma non poi tanto) il rigore delle “leggi transitive”, azzardo parallelismi con il triste fenomeno che da qualche tempo, e sotto gli occhi (forse sarebbe più appropriato definire indifferenza) degli addetti ai lavori, sta malinconicamente caratterizzando il presente e il futuro destino dell’avvincente Arte Marziale a tutti nota come Karate. 

 

A questo punto mi sembra già di incrociare gli sguardi torvi, mi par già di sentire  gli strozzati mugugni e le scandalizzate esclamazioni e le rabbiose proteste di coloro (maestri accreditati, sagaci consiglieri, aspiranti presidenti, astuti consiglieri, devoti cortigiani…) pronti a individuare nelle mie parole l’ennesimo spudorato attacco alle istituzioni e le solite spregiudicate e ingiuste accuse al presunto scadimento tecnico e soprattutto culturale che in largo e in lungo attraversa le organizzazioni, queste ultime ormai in grado di prolificare e riprodursi  per scissione sul sempre più affollato territorio nazionale. Ma no! No! Tranquilli… tranquilli… conservate la vostra preziosa collera per occasioni più degne di voi. L’ho detto, scritto e promesso: il tempo delle polemiche, delle cocenti accuse e delle appassionate rijos_tranze si è concluso. Tra l’altro, in piena onestà e scevro da nauseanti prove di ipocrita modestia, mi ritroverei costretto a riconoscere tra quelle sinuose e presuntuose ombre allungate, proprio l’inconfondibile profilo della mia. E’ infatti fuori di dubbio, che essendo io stesso parte integrante del succitato inesorabile processo decadente, ne divengo a mia volta artefice e diretto responsabile. Credo infatti che quando, per palese debolezza o colpevole noncuranza o bieco opportunismo o vergognosa vigliaccheria, non si è in grado né tantomeno all’altezza, pur riconoscendolo, di combattere un malanno e quindi sovvertirne i nefasti esiti, volenti o nolenti, ne si diviene complici fedeli.

Ora, invece, mi parrebbe molto più intelligente e plausibile e di certo utile, tentare un’analisi dietrologica riguardo le circostanze che hanno determinato e ancora determinano i progressivi mutamenti e le sconcertanti mutazioni (molte delle quali tragicamente irreversibili) verificatesi entro l’antico humus delle arti marziali in genere e, per quanto ci riguarda, del karate.

Impresa affatto ardua e foriera di clamorosi errori quella che attende chiunque cerchi di spiegare eventi e fenomeni contemporanei di cui è insieme spettatore e protagonista. Non a caso gli aspetti più controversi della “Storia” sono descritti ed esplicati con molta più obbiettività dai posteri i quali, proprio grazie alla distanza temporale che li separa dagli accadimenti su cui ragionano, restano influenzati solo in minima parte dalle inevitabili emotività ed emozioni o simpatie o specifici interessi ad essi collegati. Nulla osta, non fosse altro per puro esercizio dialettico e intellettuale, nonché consapevoli dei rischi a cui si va incontro, credo plausibile (se non doveroso) tentare un approccio più introspettivo e circostanziato riguardo l’argomento in oggetto: cosa è accaduto, cosa sta accadendo, e soprattutto dove sta andando il Karate?     

Ma quando parliamo di Karate siamo sicuri ti intendere tutti la stessa cosa?

Per quanto concerne quest’ultima domanda, la mia risposta e un secco e convinto “No”. Ognuno, in seguito alla sua sensibilità, al Maestro incontrato, allo stile praticato, all’organizzazione in cui milita, ma nondimeno condizionato dalle iniziali motivazioni che lo hanno condotto in un Dojo e dagli obiettivi che si propone raggiungere o ritiene di aver raggiunto, attribuisce alla disciplina del Karate la propria personale visione e quindi versione. Ecco allora, come d’incanto, le due suggestive parole mano vuota che gli astrusi (per noi occidentali) ideogrammi giapponesi Kara-Te vogliono significare, prendono corpo e sembianze, e vita e forme diverse e diverse strade molto spesso contraddittorie e obiettivamente incompatibili: arte marziale dai colpi mortali e segreti; via di saggezza e perfezionamento individuale; sport da combattimento e di performance agonistiche di alto profilo; forma di educazione fisica dai salutari effetti; formidabile strumento di benessere psicofisico e socializzazione giovanile; dura scuola di vita adatta a temprare corpo e carattere; efficiente tecnica di autodifesa; percorso esistenziale di mistica spiritualità; spietata scuola di sopravvivenza; divertente passatempo a ritmo di musica; mestiere redditizio; business appetibile; valido antidoto a diffusi complessi d’inferiorità e allo stress della vita moderna; indispensabile bagaglio tecnico per attori di film d’azione… Se talune definizioni possono apparirci esagerate o grottesche, anacronistiche o addirittura surreali, rassegniamoci alla certezza che ancora oggi esse resistono indenni, sia in tanta parte dell’immaginario collettivo, sia nella realtà quotidiana di non pochi praticanti e semplici osservatori. Ma onde evitare di addentrarci più del dovuto in speculazioni psico-sociologiche tanto suggestive quanto inutili, desidero soffermarmi sulle fin troppo note e di fatto controverse espressioni, Sportivo e Tradizionale, utilizzate (nel bene e nel male) all’interno di quasi tutte le piccole o grandi organizzazioni che rivendicano a se medesime il diritto di rappresentare il karate nel variegato e un po’ confuso panorama italiano.

Mi conforta prendere atto che il passato storico delle Arti Marziali sia abbastanza lontano per fornirci esempi positivi e concreti, ma non tanto pesante da schiacciarci con essi. Per meglio spiegarmi: tutto ciò che può definirsi Tradizionale non riguarda (come una certa scuola di pensiero vorrebbe farci credere) la materia arcaica, rigida come un minerale e indurita come le mani dei coriacei e fanatici praticanti di allora; ma al contrario, un esclusivo patrimonio di sapienza duttile e plasmabile, infusa di saggezza, arricchita dalla linfa vitale degli avi, e permeata dal singolare mistero racchiuso nella perfezione di un gesto, nella profondità di un respiro, nel regolare pulsare di una arteria, nel puro fluttuare di un pensiero. Radici… sì… le nostre Radici. Solo la stupidità umana può pensare di reciderle… solo la stupidità orgogliosa e l’arrogante ambizione, può credere di costruire il futuro calpestando la friabile ossatura del passato. In effetti un’ostilità incomprensibile, un’inaccettabile forma di emarginazione quella riservata alle proprie fondamenta culturali. Quasi una sorta di ingrato rifiuto di quello che non si conosce, una rigida presa di distanza da tutto ciò, che in nome della modernità, si ha timore di scoprire e rivelare. Quindi niente di meglio che irridere e possibilmente ghettizzare e avvilire quegli ultimi nostalgici un po’ esaltati, sempre a caccia di remoti fossili di verità perdute. Sì! Meglio ignorare le etichette gerarchiche, le manie ritualistiche, il sadismo dei piedi nudi a tutti i costi, il keikogi completamente bianco (neanche una stellina? una striscia? un colore sgargiante? la vistosa scritta dello sponsor?) e il troppo reverenziale saluto al Maestro… A proposito! Ma chi sarà mai questo Maestro? che pretende rispetto e ha l’ardire di volerci indicare la “VIA” e l’assurda smania di farci credere che c’è qualcosa d’altro dietro quel calcio e quel pugno, e ancora qualcosa d’altro oltre i sospirati pre-requisiti e la forza esplosiva e le capacità condizionali e la leggerezza acrobatica di un salto… Ma chi si crede di essere costui? Quando vuole darci d’intendere che esistono cose che sfuggono alla rete dei nostri sensi, ai moderni criteri della preparazione scientifica e forse alla nostra stessa ragione.

Chi mi conosce bene lo sa. Chi non mi conosce si fidi. Io non sono mai stato tra quelli pronti ad avventurarsi con sicumera disinvoltura nel gremito campo degli esoterici, dei ciarlatani venditori di saggezza o degli ispirati propugnatori di nuovi canali energetici e “cure” alternative. La mia formazione è scientifica. Gli studi compiuti e i concorsi superati mi hanno abilitato all’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole, sempre a contatto con bambini e adolescenti e programmi ministeriali e colleghi critici e competenti. Su me stesso, così come sugli atleti che alleno, ho sempre adottato le metodologie di allenamento considerate più all’avanguardia, ricercato le formule tattiche più collaudate, seguito regole alimentari adeguate… ma… ma da qualche tempo… grazie all’irrinunciabile abitudine della pratica quotidiana (per esempio basata sull’esecuzione, senza soluzione di continuità, di tutti i 26 kata inserendo accelerazioni improvvise alla modulata lentezza di movimento e respiro) riesco oggi a percepire la presenza di qualcosa di nuovo, di invisibile, immisurabile; qualcosa che sta dentro e al di là del corpo; qualcosa che si lega ad altre forme di vita, ad energie di differente natura… una potenza densa e fluida e sorprendentemente globale, ma che ha poco o nulla a vedere con il rafforzamento dei muscoli, e l’incremento della resistenza, e lo scattare esatto e preciso delle tecniche. E, per il limitato tempo dedicato all’allenamento, una sorta di serenità profonda si impossessa della mia mente tanto da farmi valutare la possibilità che non tutto termini ove le leggi della fisica hanno posto i loro invalicabili confini.    

Comprendi allora dove finisce lo sport e dove comincia l’arte nel senso stretto e soprattutto emozionale del termine? Emozione di muoversi, emozione di respirare, emozione di essere lì… sì proprio lì, al centro di se stessi, lì presenti con ogni cellula del corpo con ogni sussulto della mente, ogni gesto con la sua importante unicità ma nel contempo la consapevolezza di far parte di un insieme profondo e indivisibile.

Ma per non correre il rischio di rimpinguare la fin troppo gremita e patetica schiera di visionari che malinconicamente contraddistingue il nostro ambiente, non mi dilungherò oltre su questo delicato terreno, sperando però di aver insinuato nella mente di alcuni il dubbio che, la pratica improntata esclusivamente sulla versione finalizzata al puro risultato agonistico, possa di fatto impoverirci tutti e farci mancare l’obbiettivo principale che più o meno consciamente sottintendeva la nostra “libera” scelta di frequentare una scuola di karate piuttosto che un circolo tennis o un campo di calcio o una pista di pattinaggio o una piscina o il curatissimo prato del golf …

A proposito di libere scelte, consentitemi adesso di citare una breve storia asiatica, vecchia di secoli, che ho ritrovato sull’ultimo libro del giornalista scrittore (di recente scomparso) Tiziano Terzani:

Un uomo va dal suo re che ha grande fama di saggezza e gli chiede: “Sire, dimmi, esiste libertà di scelta nella vita?

“Certo” gli risponde quello. “Quante gambe hai?”

L’uomo sorpreso dalla domanda risponde “Due mio Signore”

“E tu sei capace di stare su una?”

“Certo.”

“Prova allora. Decidi su quale.”

L’uomo pensa un po’, poi tira su la sinistra, appoggiando tutto il peso sulla gamba destra.

“Bene”, dice il re. “E ora tira su anche l’altra.”

“Come? E’ impossibile mio Signore!”

“Vedi? Questa è la libertà di scelta. Sei libero, ma solo di prendere la prima decisione. Poi non più.”

In realtà, al di là del sottile paradosso, ben sappiamo quante scelte in verità ci siano concesse e quante altre ancora possiamo cambiare o contraddire e addirittura rinnegare. Però, non fosse altro che per un solo istante, proviamo a ricordarci cosa veramente ci spinse, un giorno ormai lontano, a vestirci completamente di bianco e a posare le ginocchia sul lucido pavimento in legno di quel dojo per salutare con un inchino il nostro Maestro. Ed è proprio sul concetto di Maestro (figura mitica ed emblematica attorno alla quale coagula la logica strutturale e pragmatica di tutte le arti marziali) e sull’influenza che egli ha esercitato sul nostro personale rapporto col karate che, a parer mio, dovremmo risvegliare la traballante fiammella della nostra memoria.

Può darsi che proprio la “perdita” di memoria rappresenti una delle causa del declino? Può darsi, che l’aver rijos_so nel nostro intimo i reali motivi di una scelta così precisa, abbia contribuito ad innescare il processo di perdita d’identità (e in taluni casi progressiva degenerazione) di cui ora soffriamo? Può essere, che la “Via” il “Do” di cui sempre ci hanno parlato o abbiamo ampiamente letto e filosoficamente condiviso la sottesa simbologia, sia stata smarrita o abbandonata? Oppure è semplicemente scomparsa sotto lo spesso strato di foglie  che l’impietoso vento dei tempi, su di essa ha accumulato?

Non so quanto corrisponda al vero (nel nostro ambiente, come in molti altri, la pratica del pettegolezzo come della disinformazione è molto diffusa) ma apprendo, da fonti considerate attendibili, che addirittura a livelli internazionali (??) si starebbe imponendo la proposta di proibire (non si comprende bene con quali strumenti e con quali eventuali sanzioni) l’uso del suffisso “Do” conseguente alla dicitura Karate… Ogni commento sull’ipotesi di una tale censura culturale diviene superfluo ancorché fonte di amare riflessioni: infatti, sempre se ciò fosse vero, saremmo innanzi ad una specie di fondamentalismo rovesciato, ad una sconcertante impennata neo-oscurantista. Che miserevole esempio! se tutto ciò fosse vero. E che tristezza dover lasciare un’eredità di “vergogna” a coloro che seguiranno.

D’altra parte si sa! La foga distruttiva è tipica delle specie che sostituiranno quelle destinate all’estinzione. Così come la volontà degli invasori di cancellare ogni segno della civiltà che conquistano, cancellarne le tradizioni, le immagini, i protocolli rituali, e con essi l’intera memoria. Probabilmente, sentir parlare di specie in estinzione o di invasioni barbariche pronte a sterminare tutto ciò che incontrano sul loro cammino, potrà sembrarvi eccessivo o solo l’esasperata drammatizzazione ad effetto in grado di catturare l’attenzione di chi l’ascolta. Può darsi, anzi lo spero. Non troppo tempo fa, comunque in periodi non sospetti, alcuni miei allievi  di alto grado mi domandarono come, a parer mio, si sarebbe evoluto il karate italiano. Risposi che parlare di “evoluzione”, in pratica, significava affidarsi a leggi superiori alle quali non è dato opporsi. L’evoluzione non è né buona né cattiva! Né giusta né ingiusta. L’evoluzione ha l’ingrato compito di selezionare i più adatti alla sopravvivenza mentre tutto il resto muore a volte senza lasciare traccia alcuna del proprio passaggio. Non so cosa ne sarà del karate che oggi pratichiamo. Non so cosa accadrà alle nostre tradizioni quando anche l’ultimo “Maestro” sarà scomparso o sarà troppo vecchio e superato per essere credibile. Il mio innato senso realistico (da taluni definito incorreggibile pessimismo) mi fa prevedere la sopravvivenza di una forma di karate poco o niente in sintonia con lo spirito e la tecnica dell’antica arte che l’ha originato. Attenzione! Non sto dicendo peggiore di quest’ultima (anzi, forse per certi versi sarà vero il contrario), ma diverso nella sostanza, quasi irriconoscibile nella forma, imparagonabile negli intenti. In nome del così detto progresso, da sempre si sono pagati prezzi molto alti e, non di rado, sovradimensionati ai presunti vantaggi…

Allora, nei momenti più opachi e malinconici, quando gli indefiniti bagliori del tramonto arrossano il cielo e il repentino abbassarsi della temperatura fa rabbrividire la pelle, provo la struggente sensazione del contatto fisico col buio che di lì a poco trionferà sulla luce. Non rimane che posare un ultimo sguardo sulle inquiete ombre che si allungano alle nostre spalle, sino a quando anch’esse, da quello stesso buio, saranno definitivamente inghiottite.             

 

Ferdinando Balzarro Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo           

 
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