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giovedì 17 ottobre 2019

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"Non è grave se gli uomini non ti conoscono, è grave se tu non li conosci." -- Confucio

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K A R A T E: Quella che “FU” un’Arte Marziale PDF Stampa E-mail
Più che mai determinato a superare con un unico atletico balzo l’annosa nonché faziosa diatriba che da sempre contrappone i diversi “Storici” cocciutamente impegnati a rivendicare l’originalità e la purezza di questo o quello stile di Karate, e by-passando con altrettanta decisione la noiosa, abusata storiella dei contadini o monaci disarmati da un editto imperiale costretti a difendersi a mani nude dall’attacco di feroci briganti, inizierò questa brevissima, parziale e per certi versi irriverente cronistoria, rifacendomi al ristretto periodo che (grazie a fonti certe sostenute da altrettanto certi riscontri documentali)può garantirci sufficiente attendibilità storica, ovvero plausibili interpretazioni dei fatti presi in esame. Resta inteso che non sussiste dubbio alcuno sulla comune “patria originaria” dei vari stili o sottostili di Karate tuttora praticati, cioè Okinawa, la maggiore delle isole componenti l’affollato arcipelago delle Ryu Kyu a sud della penisola giapponese.

Per oltre sei secoli essa rimase pacifica colonia commerciale nonché sicuro porto d’attracco delle navi mercantili provenienti dalla vasta Cina. Né si può ragionevolmente dubitare che furono proprio le antichissime, collaudate ed evolute tecniche di pugilato cinese (genericamente conosciute col nome Kung Fu) ad influenzare in profondità, nella forma e nella sostanza, il rozzo metodo di autodifesa praticato dalla popolazione autoctona di allora. Ai primi del 900, in tempi relativamente recenti e per motivi essenzialmente nazionalistici, il metodo di lotta a mani nude, già ribattezzato Karate (Mano Vuota), “sbarcò” in Giappone subendo ulteriori contaminazioni tecnico-culturali, questa volta di netta matrice nipponica, soprattutto legate alla filosofia del Budo (ferreo codice comportamentale dei fajos_i guerrieri Samurai).
Ma bisognerà attendere gli anni cinquanta e il progressivo inarrestabile diffondersi, per strade diverse e diverse ragioni, dei suoi principali stili (Shotokan, Shito, Vado, Goju) in tutto l’occidente, per cominciare a riconoscere il Karate così come attualmente viene inteso e di fatto praticato. In Italia, all’inizio degli anni sessanta, sarà l’avvento dei mitici Maestri giapponesi a segnarne il timido avvio che, nel giro di pochi anni, porterà la pressoché sconosciuta misteriosa disciplina orientale, ad occupare i primi posti nella classifica delle attività “sportive” più seguite sul territorio nazionale. Da allora sino ai nostri giorni, Federazioni più o meno accreditate, Associazioni più o meno riconosciute, Enti di promozione più o meno politicizzati, Organizzazioni private più o meno credibili, Maestri e professionisti più o meno auto referenti, si danno un gran daffare per spartirsi (meglio dire contendersi) la succulenta torta farcita dal popolo di centinaia di migliaia (difficile la stima esatta) fedeli appassionati.
Un Arte Marziale che (se si escludono talune circoscritte se pur numericamente significative eccezioni) non ha potuto (o voluto) sottrarsi alla logica della riduttiva gestualità tecnica legata all’alta specializzazione sportiva, subendo il conseguente  progressivo depauperamento dei valori filosofici ed etici tipici della sua tradizione; oltre soggiacere alle speculazioni, non propriamente nobili, spesso finalizzate al soddisfacimento di spocchiosi “Maestri” o furbi “Dirigenti” senza scrupoli (e soprattutto senza vergogna) disposti a “venderla” sul mercatino del loro misero interesse personale.
Ora però rallegriamoci! Tutti noi, poveri oscuri antichi praticanti di
 un’arte marziale tradita. E voi generosi giovani agonisti, e voi abili commissari tecnici, e voi valenti allenatori, incorruttibili arbitri, tutti figli di uno sport “minore” per decenni snobbato dai media, per decenni umiliato dal sistematico disconoscimento del CIO. Ebbene esultate! E’ tempo di sfuggire alle ombre. Fonti “certe” parlano di un primo sicuro riconoscimento del Karate nel 2012. Le medesime fonti assicurano il suo trionfale esordio ai giochi olimpici del 2017. Rallegriamoci quindi e prepariamoci “politicamente” al grande evento. Immagino i nemici di sempre determinati a stipulare nuove alleanze. Forse, presidenti e dirigenti di prestigio, blasonati direttori tecnici e grandi maestri da tempo immemorabile in perenne contrasto, saranno pronti a stringersi la mano o perfino abbracciarsi con dignitoso affetto e prudente opportunismo e rinnovata comunanza di intenti e reciproco “speciale riconoscimento” di quanto fatto in tutti questi anni per il bene del Karate targato Italy. Forse alcune roboanti sigle distintive di questa o quella federazione, di questa o quella associazione, di questa o quella scuola di stile, spariranno del tutto. Altre confluiranno, più o meno a testa bassa, nell’organizzazione che risulterà vincente, quella “ufficiale”, quella che a ben diritto presenterà al mondo dei cinque anelli l’unica vera nazionale omologata a vestirsi in azzurro e a portare la bandiera tricolore sotto il limpido cielo di Olimpia. Sì bello, certamente bello, quasi commovente! Intanto mi domando quanto ancora sarà grande il prezzo da pagare? Quanto ancora il Karate dovrà perdere, oltre ciò che ha già perduto, della sua autentica identità? Quanto ancora sarà deprivato del suo originale presupposto filosofico, quanto evaporerà nel vento olimpico la sua secolare tradizione? Il Judo (o ciò che ne resta), già assurto alle glorie olimpioniche sin dal lontano 1956, temo indichi un processo metamorfico fin troppo riconoscibile e, per quanto mi riguarda, niente affatto auspicabile. 
Ma questa non è più Storia, né ancora può definirsi cronaca! Questo è solo il probabile e non so quanto roseo Futuro del Karate, sui cui brujos_i esiti nessuno, salvo i soliti illuminati, può avanzare certezze.
Il direttore di questa rivista, l’amico Spartaco Bertoletti, con bonaria puntualità suole ripetermi: Nando… dammi retta! Non ragionare di “politica”! Non ci hai mai capito niente! Lascia perdere! Limitati ad esprimerti sulla pedana del Dojo. Parla di Gedambarai, di kihon, di kata e cerca di far comprendere a chi ti ascolta quanto sia bella ed emozionante la pratica dell’arte alla quale hai dedicato la vita. Sono consapevole di quanto tu abbia ragione caro Spartaco, però concedimi di concludere questo breve articolo con un’ultima malinconica interrogazione: chissà cosa ne sarà di te, cara amata arte della Mano Vuota? Chissà cosa ne sarà di quella tua suggestiva, romantica ambizione di indicarci una Via appassionata e radicale in grado di scandire, attraverso la costante messa in pratica dei tuoi insegnamenti, le successive tappe di quell’arduo percorso evolutivo, lungo quanto l’intera esistenza, che è Strada Maestra per provare a conoscere meglio se stessi.
Ad ogni buon conto, comunque evolvano i futuri accadimenti, non stupiamoci troppo. Non stupiamoci mai innanzi alle cose che cambiano. Nessuno, e non saremo certo noi a provarci, oserà mai avanzare contro le impetuose correnti della Storia.                    

Ho scoperto che non soltanto il destino, ma anche la rivolta contro il destino, sono poco più che un capriccio.  (Antonio Scurati)


Ferdinando Balzarro
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