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giovedì 24 ottobre 2019

Aforismi

"Non ho mai conosciuto un uomo che vedendo i propri errori sapesse dar la colpa a se stesso." -- Confucio

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E’ da circa un centinaio d’anni (1926) che Sensei Funakoshi introdusse nel karate le
cinture e i dan per stabilire il livello dei praticanti.
Questo “impianto gerarchico”, in un primo momento era diviso in due soli livelli:
mudansha(senza grado) e yudansha(cintura nera, con grado fino a 4° dan).
In seguito il sistema di graduazione venne concepito, inizialmente, per identificare il livello tecnico e
spirituale dei praticanti, oggi, invece, si è trasformato in merce di scambio e in un’arma
a doppio taglio, sia per chi lo offre che per quelli che lo ricevono.
Il grado nelle arti marziali non è solo una “conquista”, ma è ancor prima un impegno a
migliorarsi, ad allenarsi con una sempre crescente concentrazione e dedizione, mentre,
invece, in molti casi somiglia ad un “biglietto da visita” dove si sfoggia palesemente
sbandierando ai quattro venti il proprio curriculum marziale, una chiara operazione di
marketing da “spendere” nella campagna pubblicitaria dei corsi e delle scuole.
Agli antipodi il grado delle arti marziali era una “certificazione” che ogni scuola, ogni
maestro rilasciava con attenzione e solo dopo un’ attenta selezione dei propri adepti
poiché lo stesso indicava un percorso (michi) che legava in maniera indissolubile l’allievo
e il maestro (kimuchi).
Dato che tra pochi anni si festeggerà il centenario di questa “istituzione” sarebbe
utopicamente bello e stimolante che tutte le organizzazioni, federazioni, scuole,
accademie “sciogliessero” il vincolo di “esibire” il grado e abolissero tutti i livelli e con essi
anche gli errori commessi nel riconoscerli.
Il passaggio da un secolo ad un altro segna sempre una sorta di svolta epocale che
“dovrebbe” portare l’umanità a rivedere e correggere storture, ingiustizie e incongruenze
riportando tutti con i “piedi per terra” e, per citare un grande mio compaesano, il principe
De Curtis, “livellare” rendendoci conto che siamo ciò che “facciamo” e non ciò che
“diciamo”.
Per il prossimo centenario mi auguro che questa mia “provocazione” venga accolta e
diventi, soprattutto un momento di riflessione per tutti i praticanti.
Sono convinto, come spesso succede con i computer, che quando “il sistema si blocca”, per
uscire da tale en pass è necessario “resettarlo” e cominciare da capo, molti si sentiranno
“defraudati” dei loro “orpelli marziali” ma questo porterà ad un nuovo concetto di “grado”,
che oserei chiamare il livello di pratica dalla “testa ai piedi”.
Se ciò che abbiamo “acquisito” è legato alla pratica, al saper fare e alla conoscenza,
nessuna organizzazione o cambio di cintura potrà mai togliercelo; mentre se si ha
“barato” ci si nasconde dietro il “paravento” del grado e della qualifica tutto sparirà e il “re sarà
nudo davanti ai suoi sudditi”.
 
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