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giovedì 24 ottobre 2019

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BalzarroCapire il nostro passato può forse dissipare la nebbia di cui è avvolto il presente? Come possiamo penetrare anni, secoli di alterazioni storiche e mistificazioni opportunistiche, per risalire alla verità originale? Come setacciamo i fatti di allora per separare la pula dei falsi miti dal biondo grano della più credibile attualità? Come possiamo capire la nostra vicenda culturale così da sapere chi eravamo e quindi chi siamo ora?

Per quanto mi riguarda avevo sempre creduto (anzi ne ero convinto) che quello direttamente portato in Italia nel 1964 dal M. Hiroshi Shirai (neo campione del Giappone nel kumite e nel kata Shotokan targato J.K.A.) fosse karate made Japan e, in quanto tale, a tutti gli effetti quello tradizionale. A distanza di poco meno di mezzo secolo, mi tocca prendere atto che una corrente interna alla Federazione da egli stesso fondata verso la fine degli anni ottanta: la super ortodossa FIKTA (Federazione italiana karate tradizionale e affini), mette in dubbio che lo Shotokan già proposto dal grande Maestro possa considerarsi “Tradizionale”, bensì una sorta di eccellente “studio evolutivo” da egli stesso “firmato”. Intanto, lo Shotokan autenticamente fedele alla tradizione sarebbe quello (e solo quello) praticato dalla J.K.A di Tokio. E’ ovvio che mi guarderò bene dall’entrare nel merito della faccenda salvo, a questo punto, poter affermare di averne viste e sentite veramente tante in questo stravagante mondo marziale. Ciò che invece mi preme fortemente (prendendo spunto da tale curiosa vicenda) è riuscire a ragionare con voi su chi (singolo Maestro o Federazione o associazione o gruppo che dir si voglia), e soprattutto in base a quale parametro “universale”, possa arrogarsi il diritto di dichiarare: ebbene sì, io e solo io, sto praticando l’unico vero del tutto originale “Tradizionale”. 

Forse, per mantenermi fedele a una certa linea storica, programmando una specie di viaggio immaginario sia dal punto di vista geografico sia temporale, dovrei recarmi a Tokio e studiare presso la “rinomata” JKA (per la verità oggi molto meno rinomata da quando, morto l’istruttore capo Masatoshi Nakayma, una shakespeariana lotta per la sua successione ha man mano visto dimettersi personaggi della caratura del M. Kase, dello stesso M. Shirai, nonché precedentemente i Maestri Kanazawa e Enoeda). Ma, inquietato da ulteriori dubbi, sempre per coerenza di ricerca del “sacro” karate tradizionale, mi sbrigo a prendere il primo virtuale aereo diretto a Okinawa (indiscussa culla del karate, a prescindere dagli stili), ma proprio lì, su quella venerabile terra, mi tocca assistere a forme stilistiche  piuttosto rudimentali, un po’ grezze, certamente arcaiche, difficilmente riconoscibili e perciò riconducibili a quelle oggi praticate nel resto del mondo. Inoltre proprio adesso mi sovviene che, tra Gichin Funakoshi e il figlio “ribelle” Yoshitaka, si aprì una vera e propria voragine riguardo il modo di concepire e condurre gli allenamenti, la durezza degli stessi, i calci altissimi, le posizioni esageratamente basse e forzate, perlopiù antifisiologiche e dannose ad articolazioni e legamenti e, soprattutto, l’idea “distorta” del combattimento intesa da Yoshitaka, assolutamente inconcepibile e inaccettabile dall’etica morale di Funakoshi padre. Ecco che allora mi tocca tornare indietro di corsa, in quanto pienamente consapevole che lo Shotokan oggi praticato è quello voluto dal figlio, non quello del padre. Perbacco! Sono al punto di partenza! Così, sfogliando qualche autorevole manuale sulla breve storia del karate “moderno” (1800/2010), apprendo che perfino il karate di Gichin Funakoshi aveva già subito frequenti sostanziali tagli. Infatti il di lui diretto e assai stimato insegnante, il M. Itosu, ebbe la scellerata idea di scompigliare il kata di base, il più importante per quei tempi, il misterioso Naifanchi, e (allo scopo di introdurre il karate nelle scuole eliminando con cura tutta le tecniche considerate troppo pericolose o inopportunamente violente) ridurlo in tre forme semplificate e distinte tra loro, ottenendo il tragico imperdonabile risultato di far smarrire in breve tempo ogni traccia dell’originale.

BalzarroA questo punto, vagamente smarrito e perplesso ma giammai domo, comprendo che non mi resta che provare a immergermi nei plumbei abissi della storia, quella “antica”, quella che precede l’era “moderna”, era di cui io stesso faccio parte. E quando si dice “plumbei” non si creda di esagerare. Infatti nulla è sicuro, nulla è documentato, ognuno racconta e tramanda oralmente la propria versione dei fatti. La stessa favoletta sempre intrisa dai medesimi ingredienti, ma comunque smaccatamente viziata dai personali finalismi di questo o quel capo scuola (o capo stile se più vi piace) ognuno dei quali pronto a rivendicare diritti d’autore sullo stile praticato. Comincio a realizzare che, essendo stata l’isola rurale di Okinawa per non meno di sei secoli pacifica colonia del Grande Impero, a questo punto mi conviene mettermi a spulciare tra i documenti storici e “preistorici” della super ordinata e super organizzata Cina. Perbacco, perbacco! Leggi che ti leggi, studia che ti studia, ne saltano fuori delle belle. Altro che Okinawa, qui siamo finiti nel 500 d.C. dritti dritti sul monte Song, più precisamente dentro una grotta un centinaio di metri al di sopra del mitico tempio di Shaolin. Tempio che dopo nove anni di meditazione, il reverendo Bodhidharma scelse quale sua residenza e… ecco, ecco ci siamo! Proprio lì, proprio tra quelle austere mura, il grande patriarca creò e insegnò ai (pochissimi) monaci presenti nell’eremo, il Kung-fu Shaolin, madre (o padre) di tutte le arti marziali. Ah finalmente! Finalmente ci sono arrivato. Finalmente ho capito dove è nato il vero “tradizionale”.

Ma, mentre sono ancora a compiacermi per aver individuato la fonte di tutte le fonti, eccomi di nuovo attanagliato da un terribile ulteriore interrogativo. Il reverendo Bodhidharma, da chi, a sua volta, ebbe appreso le micidiali tecniche del combattimento a mani nude? A quali formidabili occulti Maestri si era così finemente ispirato? Accidenti! E’ proprio così. E’ fatto documentato e inconfutabile che il reverendo si servì del regno animale per dar vita al suo stile. Stile talmente perfetto e potente da attraversare i secoli. Per ore e ore e giorni e giorni e anni e anni, egli osservò la mimica delle scimmie… Per ore e ore e giorni e giorni e anni e anni, le spiava mentre si muovevano, mentre si rilassavano, voleva vedere come attaccavano, come si proteggevano. Poi osservò il serpente, si fissò sulla tigre, e la gru bianca, e la mantide religiosa, e la pantera, e (ma forse solo in sogno) infine il drago… Allora sono loro… sono loro mi son detto! Sono gli animali, sono le scimmie, le tigri, i serpenti, le gru, le cavallette, le pantere, i nostri favolosi Maestri. Sono gli animali i veri detentori dell’autentico unico incontaminato “Tradizionale”.

Be’, dopo aver un po’ amaramente scherzato sull’argomento che da illo tempore agita i cuori di praticanti e maestri, mi accingo a rivelarvi il mio modesto parere sull’annosa questione. Il karate (come tutte le arti marziali) ha perso la sua “verginità tradizionale”, la sua rigorosa ortodossia, dal primo istante in cui fu costretto a “sposarsi” allo sport, dal primo istante che fu costretto a unirsi carnalmente alla competizione con i suoi regolamenti, i campionati mondiali, le medaglie, le suntuose coppe, trionfi, sponsor, febbrili ambizioni olimpiche e via dicendo. Non fu certo matrimonio d’amore. Infatti, da quel preciso momento, tutto è sfuggito dalle mani anche dei più convinti e fedeli conservatori e custodi della tradizione. Ciò che non era nato per divenire sport, bensì per seguire la lunga “via” della perfezione e del virtuoso elevarsi dello spirito, veniva forzatamente e innaturalmente gettato nelle perverse spesso incomprensibili dinamiche delle gare sportive, in balia di ottusi regolamenti, fallibili giudici di gara, squallidi interessi nazionalistici, e mediocri caste dirigenziali. Praticamente senza accorgersene, il suffisso Do scivola via e cede il proprio esiguo spazio a un'altra altezzosa e ben più invasiva parola: Sportivo. Ecco quindi avverarsi in tempi brevissimi il funesto temuto passaggio dal Karate-do al Karate-sport. E allora? Allora addio “Tradizionale”! Addio sani millenari principi… addio anziani saggi Maestri dallo sguardo fermo e l’irreprensibile stile di vita.

Lo “Sport”, quello dell’agonismo esasperato e precoce, quello che non c’è tempo da perdere, quello che se non sei un “talento” è meglio che smetti, quello dalla foga di vincere a tutti i costi, quello del doping a piene mani, quello miliardario e venale, proprio lui, ha conseguito il decisivo trionfo finale.

Karate-Do … addio… Karate-Do… addio per sempre.


M° Ferdinando Balzarro

Tratto da “IL BENE… IL MALE… PENSIERI DI UN MAESTRO”, di Ferdinando Balzarro, nelle librerie a fine dicembre.

 

 

 

 
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