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giovedì 17 ottobre 2019

Aforismi

"Anche se circondati da molti nemici prepara l'attacco, combatti con l'idea che il nemico è solamente uno" -- Ueshiba

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Dedicato a Massimo Diluigi PDF Stampa E-mail
Massimo.....Massimo.....Massimo.....

Ormai nessuno può onestamente credere che le arti marziali in genere, e in particolare il Karate malgrado i suoi sempre sbandierati buoni propositi, sia strumento di aggregazione o comunque di accettazione o perlomeno di tolleranza. Tolleranza di tutte quelle idee e relativo agire che, ancorché diversificate, mirano al raggiungimento di obbiettivi alti e nobili.

Ormai più nessuno, per quanto distratto, può non essersi accorto che la realtà è ben diversa, a dir poco deludente, troppo spesso gretta e miserevole. Ormai più a nessuno può essere sfuggito che, sin dalle sue origini (qualunque esse siano state), il Karate non ha saputo far altro che dividere, frammentare, scomporre, allontanare. Purtroppo sì! Da quando il Karate esiste, non ha saputo far di meglio che dividere! Divide i maestri, divide gli allievi, divide gli amici, separa gruppi, guasta sentimenti e nel contempo favorisce la proliferazione della mediocrità, della presunzione, dell’invidia, della vanità, dell’abuso di potere rivolto solo al conseguimento del proprio piccolo interesse personale, della propria piccola carriera, della propria piccola notorietà da periferia, del proprio gruzzolo di bassa bottega. Per cui tocca assistere alla sconcertante ascesa di persone senza idee e senza qualità. Le varie organizzazioni si trasformano in habitat ideali per insipidi esibizionisti, appesi come ridicoli saltimbanchi all’ombra di chi sta al sole, pronti ad elargire i loro messaggi di pochezza, le loro calunnie, i loro veleni che non risparmiano nessuno; soprattutto non risparmiano quei pochi superstiti che ancora valgono qualche cosa, e ancora avrebbero qualche cosa da dire, qualche cosa da insegnare.

E questa è una constatazione che vale per tutto il Karate, per tutte le federazioni o associazioni o enti: dalle più grandi alle più piccole, dalle più note alle meno note, dalle più prestigiose alle più ambiziose, dalle più ricche alle più povere. E’ un dato di fatto! Basta prendersi la briga di osservare, basta perdere qualche mezz’ora a leggersi la storia, tra l’altro brevissima, della travagliata avventura di una disciplina che, in tempi relativamente recenti, è stata in grado di dilagare nel mondo come un fiume in piena ma, proprio a causa delle sue mai superate divisioni interne, incapace di trovare la forza, o meglio, l’intelligenza politica, di conquistarlo. (Mi riferisco, per esempio, alla reiterata e sistematica esclusione dai giochi Olimpici).

Ma chiunque, ancora una volta, dovesse riconoscere se stesso nei grigi personaggi senza nome sopra citati, è inutile che si offenda! Meglio invece che si occupi di controllare la sua coda di paglia, prima che quella stessa coda, cominci a sollevarsi ed allargarsi come la fajos_a coda del pavone.

Terminata questa doverosa anche se poco edificante premessa, potrò finalmente dedicarmi all’oggetto principale di questo articolo. Quello, per intenderci, che mi spinge a sedermi davanti al computer e comporre un pensiero, esporre un’idea, manifestare un sentimento. Certo! Perché è di sentimenti che desidero parlare, ed proprio ai sentimenti di chi mi sta leggendo che cercherò di far appello.

Conobbi personalmente Massimo Diluigi poco più di una decina di anni fa in occasione del suo intervento come docente di kumite, nell’allora emergente, stage di Rimini. Prima ne avevo solo sentito parlare nonché notato, per classe grinta e determinazione, ad un incontro “amichevole” tenutosi a Bologna (la Coppa Funakoshi) che vide tra l’altro la totale, e per certi versi sconcertante, debacle dei migliori atleti del M. Shirai.

Fin dal primo istante ne colsi l’eccellente tecnica, il carattere deciso e poco propenso a piegarsi grazie alla monolitica sicurezza, a tratti al limite dell’arroganza, di trovarsi comunque dalla parte del giusto. Bene! Fatto sta che, pur frequentandoci di rado, diventammo amici. Amici al punto di sentire il bisogno di telefonarci con una certa regolarità e, per quanto possibile, incontrarci allo scopo di condividere interessanti iniziative quali stage, raduni tecnici, campus estivi, anche se di fatto si faceva sempre più evidente l’insorgere di un interesse diverso che ben poco aveva a che fare col Karate: era la voglia di vedersi, di ridere, scherzare, confrontarsi, discutere, a volte perfino litigare. In poche parole si stava facendo strada l’esigenza di vivere qualche cosa di più importante di uno scontato, e non sempre entusiastico, rapporto professionale: si evidenziava il piacere dello “stare insieme”. Se qualcuno è in grado di spiegarmi come e perché nasce un’amicizia, sarò felice di ascoltarlo.

Io, francamente, non ne ho la più pallida idea. Così come non ho la più pallida idea di cosa effettivamente ci spinga verso una persona piuttosto che a un’altra, o ci faccia affezionare a lei o sentirne la mancanza; a meno che non si vogliano considerare sufficienti motivazioni come la stima, l’ammirazione, il desiderio di emulare. Ma è altrettanto vero che si può stimare ed ammirare una persone senza per questo divenirne amica. Per far scattare la vera amicizia occorre qualche cosa di più… o forse qualche cosa di meno: occorre saper ascoltare e seguire l’istinto piuttosto che basarsi solo sul semplice ragionamento.

Il Maestro (ed appunto amico) Massimo Diluigi, di recente è uscito dalla FIJlKAM: la federazione nella quale ha militato fin da ragazzino e per il cui prestigio ha combattuto su tutti i tatami del mondo. Come tutti sanno, Massimo Diluigi è passato alla FESIK la quale, legittimamente, se ne fa vanto. Non v’è dubbio che non entrerò nel merito e mi guarderò bene dal giudicare la sua scelta, anche se Massimo sa bene che non la condivido; così come, d’altra parte, lui non condivide la mia ostinata permanenza in una federazione ove, il così detto Karate Tradizionale, viene da taluni considerato un inutile orpello, un malinconico rigurgito di tecniche anacronistiche e superate e a cui, nel migliore dei casi, si deve lo stesso rispetto che si riserva ai defunti. Ma, anche su questo punto, non commetterò l’ingenuità di pronunciarmi. Lascio volentieri ad altri più smaliziati osservatori il compito di avere e, nel caso pronunciare, la loro opinione.

Adesso invece, a costo di apparire retorico e inopportunamente formale, desidero concludere queste poche righe con una dichiarazione. Sì! Una vera e propria dichiarazione di amicizia. Più precisamente, una dichiarazione di fedeltà a quel valore dell’amicizia che, credetemi, è molto raro trovare e riconoscere e conservare. La vita, con tutti i suoi soprassalti, le sue passioni, i suoi imprevisti, le sue incognite, induce a continui mutamenti, cambi di rotta e a volte, lo dico con tristezza, perfino tradimenti. Ognuno è poco cosciente delle sue proprie trasformazioni anche se forse sono gravi e decisive. In ognuno esistono zone illuminate e altre tenebrose pronte a cambiare a seconda dei giorni e degli interlocutori e delle ambizioni. Pensiamoci bene! non sono poi così numerose le cose sulle quali poter fare affidamento! Credo molti saranno d’accordo con me se sostengo che l’amicizia, nella sua accezione più pura, è sicuramente una di queste.

Caro Massimo, stanne pur certo! In questo caso, e per quanto mi riguarda, i sentimenti avranno la forza di mantenere unito ciò che il Karate ha diviso.
 
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