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venerdì 13 dicembre 2019

Aforismi

"Non andare dove il sentiero conduce. Vai invece dove non c'è sentiero e lascia una traccia per altri" -- Ralph Waldo Emerson

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Diritto di verità PDF Stampa E-mail
La Commissione esaminatrice è pronta. E’ pronta così come vuole il regolamento: il Vicepresidente di settore più due Maestri nominati dal Presidente federale. La Commissione è in piedi in attesa del rituale saluto; innanzi a lei circa un centinaio di candidati convenuti al Palafilpjk di Ostia per sostenere l’esame di quinto dan: l’ultimo, quello più importante, quello che chiude un ciclo. A più d’un metro dietro di lei , anch’essi in piedi, altri tre Maestri, tra cui io: siamo i così detti Esperti di stile. Possiamo presenziare alle prove ma senza diritto di parola, né tantomeno di giudizio. L’età media dei candidati è alta; sempre lo stesso regolamento, stabilisce che per accedere al quinto grado, non si possano avere meno di trentadue anni. Nella grande palestra malamente illuminata aleggia un fruscio soffuso di corpi che si muovono, di articolazioni che scricchiolano, di muscoli che si riscaldano, di voci che si accavallano e si fondono in un unico amalgama di gesti, emozione e tensione.
Dicevo che l’esame di quinto dan chiude un ciclo. Sì! Chiude quell’interminabile periodo della vita in cui più o meno tutti quanti, ancorché in circostanze diverse, hanno dovuto sottoporsi ad un esame. Hanno dovuto, spesso col cuore in subbuglio, la gola secca e una sorda dolìa nello stomaco, affidarsi e sottomettersi al giudizio di coloro che ne erano legittimamente preposti: maestri di scuola elementare, professori del liceo, docenti universitari, ingegneri di scuola guida, chef d’alta cucina,

maestri di pianoforte, istruttori di volo, maestri di danza, di recitazione, di canto… e il responso è sempre arrivato, puntuale, ineluttabile, assiomatico, buono o cattivo, ma è sempre arrivato. E’ arrivato come una sentenza che, in qualche modo, ha potuto condizionare la consapevolezza che ognuno ha nei confronti di se stesso, l’opinione che si è fatto delle proprie capacità, l’idea che giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, solfeggio dopo solfeggio, allenamento dopo allenamento, lo ha portato a ritenersi in grado di superare quella prova, affrontare quel giudizio e il suo relativo verdetto. Ed proprio questo il punto; è questa la cerniera che collega esaminando ed esaminatore. Per accettare il verdetto, qualunque sia l’esito, occorre nutrire nei confronti di chi giudica la massima fiducia. Occorre riconoscere la sua competenza e, soprattutto, una monolitica certezza di verità e di indiscussa autenticità di quel giudizio. Infatti il vero primo diritto di chi, di fronte ad una commissione si sottopone all’esame, è proprio questo: ricevere verità.

Gli esami hanno inizio, due terzi delle prove riguardano lo stile: una breve combinazione di tecniche kion composte dallo stesso candidato, e un kata a scelta tra i due stabiliti dal programma. Gli esperti di stile, tra cui io, stanno dietro. Guardiamo in silenzio il susseguirsi delle tecniche di quello stile di cui siamo gli esperti; non abbiamo diritto di parola, non abbiamo diritto di voto, ce ne stiamo lì, dietro la commissione, in silenzio. Le ore scorrono e con esse, tre per volta, i candidati con le loro performance. Il livello medio è, per usare un eufemismo, scandaloso. L’imbarbarimento della tecnica, nonché della cultura e dell’impegno che dovrebbe sorreggerla e addirittura giustificarne l’esistenza, ha toccato il fondo; ammesso che esista un fondo! Ammesso che esista un minimo di pudore, ammesso che esista uno straccio di responsabilità, un ombra di spassionata autocritica, di umile riconoscimento dei propri limiti. No! L’esperienza, la vita, la storia, insegnano che non si può mai contare sulla capacità dell’uomo di essere obbiettivo nei confronti di se stesso. Per questo motivo esistono gli esami, le commissioni, gli organi giudicanti; per non parlare dei processi che dovranno perfino stabilire l’innocenza o la colpevolezza di una persona.

Assisto, con una impassibilità quasi surreale, al trionfo dell’approssimazione, della mancanza di studio, di approfondimento, o minima conoscenza del significato di quello che si sta facendo. Assisto, senza battere ciglio, allo scempio di un’arte vilipesa, travisata, ridotta a una goffa gestualità svuotata di ogni contenuto, umiliata nei suoi intenti più nobili. Pochi, pochissimi si elevano dalla morchia di questo degrado, e danno il meglio di loro stessi, combattono contro l’emozione, si esprimono col corpo educato dal rigore di un allenamento costante, dall’impegno, dalla fatica; si esprimono con la mente, con la concentrazione che non abbandona neppure per un istante i loro movimenti precisi, la loro determinazione a non commettere errori, a vivere al cento per cento quei brevi attimi di verità.

Gli esami sono terminati. Il Presidente da lettura dei nomi dei projos_si; quelli dei bocciati, dijos_trando quindi un’ineccepibile sensibilità d’animo, non saranno enunciati. I Commissari si congratulano con tutti i partecipanti per l’impegno profuso. Gli Esperti di Stile, su invito del Presidente, sono pregati di esprimere un breve commento. I toni sono pacati, la retorica si insinua tra le parole come una melassa dolciastra. Nessuno dice veramente quello che pensa; ancora una volta il diritto di verità viene negato.

Fuori splende un bel sole; forse è una delle ultime giornate che ci regala l’estate prima di consegnarci al grigiore dell’autunno. Forse farò in tempo a sedermi in riva al mare e a respirare per un po’ il suo profumo.
 
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