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giovedì 24 ottobre 2019

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Storia del Giappone PDF Stampa E-mail

 

Dalle origini dell'impero alla decadenza della famiglia dei Fujiwara

La storia giapponese dei periodi più antichi è ricostruibile attraverso le scarne testimonianze delle fonti storiografiche cinesi, l'esame dei reperti archeologici e la lettura delle opere storiografiche locali come il Kojiki e il Nihongi. Queste sono state tuttavia redatte solo nel sec. VIII e risentono del desiderio di rivaleggiare con la veneranda antichità cinese, elemento che le rende poco attendibili per quanto riguarda i periodi più antichi. Secondo la mitologia del Kojiki, infatti, le origini dell'Impero sarebbero da collocare nel 660 a. C. con la discesa dal cielo di Jimmu Tenno, il nipote della Dea del Sole e primo sovrano della dinastia tuttora regnante. In realtà, solo nei primi secoli dell'era volgare, grazie a rinnovati flussi migratori dal continente, il G. conobbe un'epoca che si può definire protostorica e che è caratterizzata dalle grandi "tombe a tumulo". In quel momento il Paese sembrava presentarsi come un'allentata confederazione di entità semitribali, gli uji, uniti da vincoli veri o presunti di sangue e dall'adorazione di una divinità comune. Il sovrano del G. (o, meglio, di una ridotta parte dell'odierno arcipelago, forse limitata all'isola di Kyushu) non era che il capo dell'uji più potente, una figura (spesso si trattava di donne con caratteristiche sciamaniche) i cui poteri politici effettivi erano, in pratica, piuttosto circoscritti. La società del tempo conosceva, attraverso la mediazione sino-coreana, l'uso dei metalli, l'agricoltura e la scrittura. La religione era costituita dall'insieme di culti, riti e credenze che presero più tardi il nome di shinto. L'avvento dell'epoca storica ha coinciso sostanzialmente con l'introduzione del buddhismo (metà del sec. VI) che scatenò lunghe lotte fra le tre famiglie più potenti: i Soga, i Mononobe e i Nakatomi. Questi ultimi, nel sostegno del culto indigeno shintoista, rivendicavano la concezione tradizionale dello Stato, mentre i Soga (pur senza rendersene perfettamente conto) con la difesa del buddhismo miravano alla creazione di uno Stato a potere centrale sull'esempio cinese. Il trionfo dei Soga trovò in Shotoku Taishi (573-621), reggente ed erede al trono dell'imperatrice Suiko, il propagatore più efficace della nuova religione. Sotto di lui si ebbe la totale affermazione del buddhismo e la svolta decisiva nella trasformazione del G. in un impero centralizzato. I legami con la Cina si fecero più stretti: nel 604 Shotoku Taishi decise l'adozione del calendario cinese e promulgò il "Codice in 17 articoli", che sanciva i mutamenti istituzionali del nuovo Impero giapponese; nel 607 ebbero inizio le "ambascerie giapponesi" in Cina che accentuarono l'influenza continentale sull'arcipelago. I principi politici propugnati da Shotoku Taishi presero forma definitiva nel 646 con la Riforma Taika, un tentativo di dare al nuovo Impero giapponese la struttura burocratica di quello cinese con lo scioglimento di alcuni uji, la nomina di governatori per le province, un nuovo sistema fiscale e un censimento. Con la centralizzazione dello Stato si iniziò anche la storia urbana del Paese: cadde infatti l'usanza di mutare capitale alla morte di ogni sovrano, e nel 710 l'imperatrice Gemmyo ordinò la costruzione della città di Nara, su modello cinese, facendo di essa la prima autentica capitale. Il periodo di Nara (710-784) è una tappa importante nella storia culturale del Paese: a essa contribuirono in modo determinante i bonzi, che tuttavia presero parte troppo attiva alla vita politica della corte. I loro legami (nonché i loro intrighi) costrinsero l'imperatore Kammu a trasferire la capitale dapprima a Nagaoka e infine, nel 794, a Heian (l'odierna Kyoto), destinata a rimanere sede della corte imperiale fino al 1868. Il periodo che seguì, detto appunto Heian (794-1185), rivelò l'impossibilità a realizzare il processo di sinizzazione della società giapponese e sottolineò, proprio nei suoi aspetti culturali più positivi, il divario tra la corte e il resto del Paese. Mentre sul piano istituzionale si assisteva al fenomeno delle due corti (quella dell'imperatore in carica e quella dell'imperatore abdicatario), il potere effettivo era nelle mani della famiglia Fujiwara, che non riuscì però a evitare il sorgere di nuove e potenti famiglie militari nei vasti territori orientali. Infatti la continua cessione dei diritti di proprietà della terra a monasteri buddhisti e alle famiglie dell'aristocrazia aveva facilitato la formazione di latifondi e questi a loro volta avevano provocato il nascere di gruppi armati semiautonomi. Della presenza di tali milizie approfittarono alcune famiglie di lontana ascendenza imperiale, come i Taira e i Minamoto, per formare veri e propri eserciti in grado di minacciare il potere dei Fujiwara. Il pericolo fu avvertito troppo tardi, dall'ultimo "grande" dei Fujiwara, Michinaga (965-1027), che allacciò vanamente strette relazioni con i clan militari.Storia: dal clan dei Taira al 1478Decaduti i Fujiwara, dopo un iniziale prevalere del clan dei Taira furono i Minamoto a prendere le redini del potere sconfiggendo i rivali nella più fajos_a battaglia navale del G. antico: quella di Dan no Ura nel 1185. Questa data non segnò solo il passaggio dal periodo Heian a quello di Kamakura (1185-1333), ma anche un radicale cambiamento nella società giapponese. Il vincitore, Minamoto-no Yoritomo, trasferì la sua corte a Kamakura, instaurò un governo militare (il bakufu, "governo della tenda"  e prese il titolo di shogun. Tale carica non era in contrasto con la figura dell'imperatore, anche se in realtà il potere effettivo restò quasi ininterrottamente nelle mani dello shogun fino alla restaurazione Meiji del 1868. Ma il sorgere di poteri locali costrinse Yoritomo a un gioco sapiente di alleanze con i feudatari più forti, e quando tale senso politico mancava nei suoi discendenti il potere passava gradatamente nelle mani di reggenti, gli Hojo, con la stessa funzione che la famiglia Fujiwara aveva in periodo Heian nei confronti degli imperatori. Nel 1274, per la prima volta nella sua storia, il pericolo di un'invasione minacciò il Giappone. Offeso per il ripetuto rifiuto dello shogun a farsi suo vassallo, Qubilai Khan lanciò i suoi Mongoli alla conquista dell'arcipelago, attaccando a Hakata nel Kyushu settentrionale. La strenua difesa dei feudatari locali e un provvido ciclone respinsero l'assalto. L'impresa fu ritentata nel 1281, di nuovo senza successo, date le misure di difesa prese dagli Hojo e dal bakufu. Paradossalmente fu proprio questa vittoria a segnare la fine degli Hojo. A differenza delle precedenti lotte intestine, infatti, non esistevano questa volta le spoglie di un vinto da distribuire in premio ai feudatari che avevano sostenuto il peso della lotta e gli Hojo dovettero quindi premiare i vassalli ridimensionando la potenza familiare che era alla base della loro supremazia. A questa situazione si deve aggiungere la grave crisi causata da una lotta dinastica per la successione al trono scoppiata nella capitale. Il periodo 1333-92 (detto Nanboku-cho, periodo delle corti del sud e del nord) vide infatti contrapporsi due distinti rami della famiglia imperiale ciascuno dei quali rivendicava i diritti alla legittimità. Fra le personalità che lo hanno caratterizzato sono l'imperatore Go-Daigo, accanito difensore della legittimità della corte del sud, il suo grande antagonista, lo shogun Ashikaga Takauji e Kitabatake Chikafusa, autore del Jinno Shotoki, opera storico-politica a difesa della tesi di Go-Daigo. Se con Takauji ha avuto inizio l'effettivo shogunato Ashikaga*, fu a cominciare con il 3º shogun, Yoshimitsu, che il Paese godette di una pace relativa. La capitale politica fu di nuovo trasportata a Kyoto, in un quartiere detto Muromachi che ha dato anche il nome al periodo (1392-1573). Il tentativo di centralizzazione del potere da parte degli Ashikaga fu frustrato da un elemento nuovo: la crescente influenza di numerosi feudatari, specialmente di quelli delle regioni occidentali. Per ovvie ragioni geografiche, lungo queste coste si era sviluppato sempre più il commercio con la Cina e la Corea, e tale commercio finì poi per influenzare beneficamente anche le zone centrali del Paese. Il periodo Ashikaga infatti ha registrato un notevole sviluppo economico, sostenuto anche dal diffondersi di un regime monetario a sostituzione della merce di scambio. I legami commerciali con il continente favorirono l'intensificarsi degli scambi culturali, e lo zen permeò la vita sociale del periodo. Fra gli shogun Ashikaga ci furono degli ottimi mecenati: la pittura, l'architettura, il teatro no, la cerimonia del tè li ebbero a loro protettori. Ma questo mondo che cominciava a cristallizzarsi in un'apparente tranquillità fu improvvisamente scosso, verso il 1465, dalle lotte per la scelta del successore dell'8º shogun, Yoshimasa. Lo shogunato fu travolto (ma non annullato) dalle lotte che coinvolsero grandi famiglie di feudatari (daimyo) (era di Önin, 1467-78): quando queste cessarono il Paese era in preda alla più completa anarchia.

Storia dal periodo Sengoku al 1867

Si aprì così un periodo chiamato Sengoku (degli Stati Combattenti, 1482-156  in cui si assisté alla trasformazione di numerosi feudi in vere e proprie signorie. Il sec. XVI portò un profondo mutamento nelle strutture del Paese con lo sviluppo del commercio privato in quasi tutta l'area asiatica, la nascita di città libere, l'arrivo degli Occidentali con l'introduzione delle armi da fuoco e del cristianesimo, la riunificazione del Paese sotto dittatura militare e il primo tentativo di una politica espansionistica panasiatica. L'iniziatore della riunificazione del G. fu Oda Nobunaga (1534-1582), un piccolo daimyo delle province centrali cui presto si unirono Toyotomi Hideyoshi (1536-159  e Tokugawa Ieyasu (1542-1616) a formare la triade a cui il G. deve l'unificazione. Hideyoshi può forse essere considerato la maggior figura politica e militare della storia giapponese. Morto Nobunaga, accordatosi con Ieyasu, egli, abile stratega e ottimo politico, in pochi anni riuscì a legare a sé anche i daimyo più riottosi. Si servì del cristianesimo, per la lotta contro i monaci buddhisti ribelli e per godere del commercio che i Portoghesi avevano con la Cina. Approfittò poi della diffusa convinzione che gli Occidentali cattolici fossero una potenziale "quinta colonna" dell'espansionismo europeo, e, essendo già bene avviato il commercio, li espulse. In una vasta strategia di conquista che doveva comprendere anche la Cina, Hideyoshi occupò nel 1592 la Corea. Ma dopo un iniziale successo l'esercito giapponese fu fermato dall'intervento di quello cinese e la posizione di stallo durò sino alla morte di Hideyoshi nel 1598: poi le truppe vennero ritirate. Nella successiva lotta per il potere ebbe la meglio Ieyasu che sconfisse il figlio e i seguaci di Hideyoshi e, proclamato shogun nel 1603, trasferì la capitale politica a Edo, l'odierna Tokyo (a Kyoto rimasero l'imperatore e la corte), dando inizio al periodo Tokugawa (1603-186  che condusse il G. alle soglie del mondo moderno. Lo Stato fu riorganizzato secondo criteri ispirati al pensiero neoconfuciano di Chu Hsi e tutte le classi sociali furono sottoposte a uno stretto controllo. La rigidezza nel sistema interno fu accompagnata da una totale chiusura verso l'esterno, chiusura che bloccava i commerci e comportava la proibizione e la persecuzione del cristianesimo. Ma i contatti con l'estero non furono del tutto troncati: restavano gli Olandesi confinati a Deshima (Nagasaki), tenue canale attraverso il quale però la curiosità giapponese si rivolse allo studio delle cose occidentali (rangaku). Per ca. 200 anni il Paese conobbe una relativa pace e prosperità. Intensa fu la vita culturale che vide l'affermarsi della letteratura borghese, del teatro kabuki, della poesia, gli sviluppi della scuola filocinese (cioè confuciana) e di quella nazionalista (cioè shintoista) a danno del buddhismo. Ma all'inizio del secolo scorso, per ragioni interne dovute a pressioni internazionali, il sistema entrò in una crisi culminata nel 1853 con l'arrivo del commodoro Perry latore delle richieste americane di apertura. In un clima di grande incertezza politica, il 31 marzo 1854 venne firmato il Trattato di Kanagawa che aprì alle navi americane i porti di Shimoda e Hakodate e insediò nel primo un console statunitense. Seguirono analoghi trattati con Gran Bretagna, Russia, Francia e Olanda e nel 1858 nuovi accordi che portarono all'instaurazione dei diritti doganali. Ciò portò a un periodo di forti tensioni interne e nel 1867 le forze nazionaliste ottenevano la resa dell'ultimo shogun e la caduta definitiva del bakufu. Così, dopo secoli, il potere effettivo ritornò nelle mani dell'imperatore, nella persona di Mutsuhito che trasferì la capitale da Kyoto a Edo, ribattezzandola Tokyo.Storia: il governo illuminato di MutsuhitoGli anni noti con il nome di Meiji (Governo Illuminato, 1868-1912) sono degni di attenzione sia per la storia interna del G. sia per le sue vicende di politica estera che stupirono allora il mondo, del tutto impreparato all'ipotesi che un Paese estraneo alla civiltà occidentale potesse affermarsi tra le maggiori potenze del globo. Il G. si modernizzò mutuando nuovi valori dallo stesso Occidente. L'antica tradizione estremo-orientale di rispetto per il sapere facilitava la diffusione della cultura e quindi la mobilitazione intelligente di tutte le forze. D'altro canto, la conversione in senso produttivo delle ricchezze della nobiltà feudale e lo sfruttamento del lavoro della campagna rendeva possibile una rapidissima opera di industrializzazione. In politica estera il G. ebbe in una prima fase relazioni soprattutto con la Russia, alla quale cedette Sahalin in cambio delle is. Curili. Subentrò poi, a causa delle comuni mire sulla Corea, la diatriba con la Cina che portò nel 1894 alla guerra. Era il primo conflitto internazionale rilevante che il G. affrontava dopo l'apertura all'Occidente. La sua efficiente macchina bellica s'impose al colosso cinese ormai in decadenza. Occupati posti chiave come Dalny e Port Arthur, i Giapponesi dilagarono in Manciuria e arrivarono a minacciare Pechino. Il 17 aprile 1895 venne firmato il Trattato di Shimonoseki: la Cina cedette Taiwan, le Pescadores, il Liaotung, riconobbe l'indipendenza della Corea, pagò una forte indennità e aprì quattro porti al commercio nipponico. Il successo del G. preoccupava però le potenze occidentali e Francia, Russia e Germania premettero affinché il G. rinunciasse al Liaotung in cambio di un'altra indennità. Il governo fu costretto ad accettare, ma tale decisione provocò malumori soprattutto nei confronti dell'impero zarista che aveva approfittato subito della situazione per occupare proprio quei territori, come Port Arthur, che erano stati negati al Giappone. Inoltre, la continua ingerenza russa nei territori della Manciuria e in Corea portò il G. a una seconda grande sfida: nel 1904 attaccò l'impero dello zar. Il mondo assistette stupito a un'altra clamorosa vittoria del piccolo Stato asiatico. Con il Trattato di Portsmouth del 1905 la Russia fu costretta a cedere la parte a sud del 50º parallelo dell'isola di Sahalin, la zona del Liaotung già sottratta alla Cina, i propri interessi in Manciuria, e a lasciar via libera ai progetti nipponici sulla Corea. La definitiva annessione della penisola da parte del governo di Tokyo avvenne nel 1910, dopo che i contrasti interni sulla politica da seguire avevano portato clamorosamente alla ribalta il disaccordo tra il partito dei civili e quello dei militari.Storia: dal 1912 alla fine della seconda guerra mondialeNel 1912 morì Mutsuhito e gli succedette il figlio Yoshihito, il cui regno (1912-26) è noto con l'appellativo di Taisho (Grande Rettitudine). Allo scoppio della I guerra mondiale il G. trovò il pretesto per dichiarare guerra alla Germania e il 24 agosto 1914 entrava nel conflitto. Conquistò rapidamente Tsingtao e Kiaochow e le isole tedesche del Pacifico, cioè le Marianne, le Caroline e le Marshall: conquiste che furono ratificate dalla Conferenza di Versailles del 1919. Ma l'attenzione nipponica era in quegli anni tutta rivolta alla Cina e, approfittando del momento favorevole, il 18 gennaio 1915 il governo giapponese presentava a quello cinese le fajos_e "Ventun Domande", in pratica un ultimatum, con le quali si inseriva perentoriamente nella vita politica cinese. La fine della guerra vedeva il G. tra le grandi potenze mondiali. Crisi di politica interna non avevano arrestato un processo di sviluppo economico molto accentuato che stimolava i grandi gruppi monopolistici (zaibatsu) a premere per una politica antimilitarista nell'interesse di liberi scambi. Quando nel 1926 salì al trono l'imperatore Hirohito, che assunse il nome di Showa (Pace Illuminata), il futuro del Paese pareva avviato secondo programmi pacifici e ordinati. Invece l'equilibrio entrò quasi subito in crisi. La politica antisovietica, le mire sulla Cina, il risentimento per le misure americane contro l'immigrazione spinsero il G. verso una politica espansionista che, dopo l'ingerenza indiretta in Manciuria, sfociò nella crisi con la Cina. Del 1932 è la proclamazione dell'Impero indipendente (ma in realtà vassallo) del Manchu kuo; del 1937 è l'inizio del conflitto diretto con la Cina che portò all'occupazione di vastissime aree e alla creazione in esse di un governo fantoccio con capitale a Nanchino, a capo del quale era un ex collaboratore di Chiang Kai-shek, Wang Ching-wei. I militari, sempre più potenti, condizionavano la vita politica e diffondevano un'ideologia per alcuni aspetti comune ai fascismi occidentali. Il G. usciva dalle Nazioni Unite, firmava il Patto Anticomintern con la Germania nel 1936 (al quale l'Italia aderiva nel 1937) e il Patto tripartito con Italia e Germania nel 1940. Intanto peggioravano i rapporti con gli Stati Uniti (i quali chiedevano al G. la rinuncia all'espansionismo coloniale) e il 7 dicembre 1941, con l'attacco giapponese a Pearl Harbor, iniziava in Estremo Oriente la II guerra mondiale. Per circa un anno l'avanzata nipponica fu inarrestabile: dalle Aleutine alla Nuova Guinea e alle porte dell'India. Poi le sorti si rovesciarono gradatamente e lo scoppio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki in un Paese già prostrato indusse l'imperatore a offrire la resa, accettata il 14 agosto 1945 e ratificata il 2 settembre successivo.Storia: dal dopoguerra ad oggiLa storia giapponese dal secondo dopoguerra è scandita in fasi abbastanza distinte. La prima si è chiusa tre anni dopo la firma del trattato di pace a San Francisco (1951) e del trattato nippo-statunitense di sicurezza firmato a Tokyo nello stesso anno. Questo periodo, che si identifica in sede interna col mandato del primo ministro Yoshida Shigeru (1947-54), è stato caratterizzato dall'accettazione dell'occupazione statunitense, dalla fondazione del nuovo assetto istituzionale (1947) d'ispirazione democratica, dal formarsi di nuovi equilibri partitici e anche dall'inizio della ricostruzione economica. Il governo di Hatoyama Ichiro (1954-56) costituisce la seconda fase: affermazione definitiva del predominio politico dei conservatori, provvisoria riunificazione dei due partiti socialisti, miglioramento dei rapporti con l'U.R.S.S. Segue la fase che si identifica con la presidenza di Kishi Nobusuke (1957-60), in cui si rafforzò il carattere filoamericano della politica nipponica, ma si giunse anche alla modifica del trattato di mutua difesa in senso meno sfavorevole al G., mentre veniva avviato il difficile colloquio con i Paesi dell'Asia sud-orient., dove era ancora vivo il ricordo dell'occupazione giapponese. I governi di Ikeda Hayato (1960-64) e di Sato Eisaku (1964-72) segnarono la fase caratterizzata dal miracolo economico, durante la quale il G. si affermò in un brevissimo volgere di anni come la terza potenza economica del globo. Nel 1972 si ebbe l'avvento al potere di Tanaka Kakuei, il quale affrontò e risolse il problema delle relazioni diplomatiche con Pechino. Ma nel 1974 Tanaka fu costretto a dimettersi per sospetti di illeciti che investirono tutto il Partito liberaldemocratico. Il governo venne affidato a Takeo Miki, che si dimise nel 1976, lasciando il posto a Takeo Fukuda che tentò di ammorbidire i rapporti con l'U.R.S.S. dopo che, nell'agosto del 1978, il G. ebbe firmato un trattato di amicizia con la Cina. Una crisi interna del Partito liberaldemocratico costrinse Fukuda a lasciare il potere a Ohira Masayoshi, alla cui morte (giugno 1980) fu eletto primo ministro Zenko Suzuki, che fu costretto a dimettersi nel 1982. Gli subentrò Yasuhiro Nakasone, rieletto alla fine del 1984 e rimasto in carica fino al 1987, dopo aver ottenuto per il suo partito la più forte affermazione elettorale nel luglio 1986. Un grande scandalo nel settore immobiliare determinò quindi le dimissioni del suo successore, Noboru Takeshita; a pochi mesi dalla morte dell'imperatore Hirohito (gennaio 1989) e dall'ascesa al trono del figlio Akihito. Ciò inaugurò un periodo di instabilità politica che coinvolse anche il nuovo primo ministro, Sosuke Uno. Questi nel luglio dello stesso anno, a seguito delle elezioni per la Camera dei Consiglieri (che registrarono l'importante affermazione del Partito socialista guidato fino al luglio 1991 dalla signora Takako Doi), perse la guida sia del proprio partito sia del governo. Il nuovo leader del Partito liberaldemocratico, Toshihi Kaifu divenne primo ministro solo grazie a una norma della Costituzione (mai applicata in passato) che permise di risolvere la contrapposizione politica creatasi tra le due Camere che avevano espresso due primi ministri: Kaifu alla Camera dei Rappresentanti e Doi alla Camera dei Consiglieri. Nel 1990 le elezioni anticipate per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti, malgrado il grande successo del Partito socialista, riconfermarono Kaifu nella carica di primo ministro, assegnando al suo partito la maggioranza dei seggi. Nel 1991 Kaifu fu sostituito alla presidenza dello stesso da Kiichi Miyazawa il quale, in base a regole interne del partito, divenne anche primo ministro. Con il crollo del Partito liberaldemocratico del 1993, una composita coalizione di partiti di nuova formazione ha espresso come capo del governo Morihiro Hosokawa, cui si deve il varo di una serie di misure contro la corruzione e l'adozione di un sistema elettorale misto, senza che per questo il Paese trovasse una maggiore stabilità: l'ultimo governo, in ordine di tempo, è guidato da Tomiichi Murayama (1900-1994) esponente del Partito socialistademocratico.

Religione

Nel sec. VI d. C. arrivò in Giappone, insieme con la cultura cinese, anche il buddhismo e probabilmente in tale occasione i Giapponesi organizzarono in forme nuove la loro religione nazionale, chiamandola, in contrapposizione alla "via del Buddha", "via degli dei", o shinto (v. shintoismo). Tra shintoismo e buddhismo vi è dapprima armonia in quanto perseguenti scopi diversi: l'uno la salvezza mondana e l'altro quella extramondana. In seguito, la formazione di sette sincretistiche ha comportato una loro concorrenza, ma nelle sue linee essenziali la storia religiosa giapponese rimane caratterizzata da un culto pubblico shintoista (ivi compresi i culti privati, ma ugualmente civici, degli antenati), e una religiosità privata espressa prevalentemente nelle varie forme di buddhismo, di cui le principali sono il tendai, lo zen e il jodo

 
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