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Karate: intervista al M° Balzarro PDF Stampa E-mail
Tratto da UISPRESS 7/2003

M° a che età ha cominciato a praticare Karate?
Come molti della mia generazione, devo il mio approccio con le arti marziali di stampo giapponese al judo che, già nei primissimi anni 60, veniva proposto nelle (allora molto rare) palestre della nostra città. A parte alcune confuse esperienze legate al rapido passaggio di sedicenti maestri di non meglio identificati stili, faccio risalire al 1965 (anno dell’arrivo in Italia del M. Shirai) il reale l’inizio della mia mai più abbandonata passione per il Karate.
Lei ha vissuto tutta la storia del karate italiano, come allievo, agonista, maestro e oggi anche dirigente tecnico. Il numero di praticanti negli anni è aumentato e anche la sua diffusione e articolazione in innumerevoli inziative, ma Lei in più articoli ha manifestato forti critiche e amarezze, ci vuole spiegare quali sono i motivi di questo sentimento?
In uno dei miei ultimi articoli pubblicati sulla nota rivista SAMURAI dal titolo “Crisi d’Identità” denuncio, non senza rammarico, il progressivo ed inesorabile degrado di un arte che in tutti questi anni ha dovuto fare i conti con la logica di una sempre più esasperata sportivizzazione che, volenti o nolenti, l’ha snaturata e privata di quelle peculiari caratteristiche che avevano sempre fatto del Karate un’attività, dal punto di vista umano ed educativo, ben più completa, complessa e affascinante di un semplice per quanto eccellente sport da combattimento o (come avviene nel caso della competizione di Kata) scenografica performance atletico-ritmico-acrobatica. Per non parlare dell’ormai non più computabile prolificare di federazioni o associazioni o gruppi, o enti morali, ognuna delle quali impegnate (come accade nelle più acerrime lotte religiose o nelle spregiudicate competizioni politiche) a rivendicare la propria supremazia numerica, piuttosto che la loro alta qualità tecnica, piuttosto che la loro rilevanza internazionale, piuttosto che la loro indiscussa moralità deontologica. Quindi sono all’ordine del giorno le scissioni, le divisioni interne, le lotte intestine. Qualifiche e gradi usati spudaratamente come merce di scambio, squallido mercimonio di Dan, di incarichi al sole, penosa ridda di promesse impossibili, vergognosi voltafaccia, ricettacolo ideale dei frustrati, immenso avvenire per i mediocri.
Intanto il Karate è in sofferenza. Le palestre risentono della selvaggia concorrenza di attività come l’aerobica, lo spinning, lo step, per non citare la fitboxe e il fitcombact, la fascia d’età che va dai 18 ai 30 anni è perduta, i così detti amatori una razza in via d’estinzione.
Per entrare nella scuola elementare il Karate deve “destruttorarsi”, diviene percorso ad ostacoli, lancio di palloncini, gioco di destrezza, per entrare nella scuola media e superiore deve sempre più assomigliare ed avvalersi dei programmi ministeriali di pre-atletica ben noti ai professori di Ed. Fisica che interagiscono coi tecnici federali, sempre più preparatori atletici e allenatori sportivi e sempre meno Maestri di karate. Quando talune logiche evolutive e moderne prevedono che per continuare a sopravvivere necessiti perdere la propria identità e smarrire la via nella quale ho tanto creduto, troverei del tutto miope per non dire ipocrita la mia ottimistica convinzione che il Karate-do (così come io lo concepisco) possa ancora contare su un radioso futuro.
Ritiene che il karate nella sua sola manifestazione sportiva possa comunque essere utile all’uomo? Date le premesse appena esposte non mi resta che considerare il karate sportivo) alla stessa stregua di qualunque altro sport con i suoi prò e i suoi contro con le sue raffinate e scientifiche preparazioni tecnico-organiche, le sue necessità precocizzanti, i ritmi esasperati, l’alta specializzazione, l’estrema selettività, il continuo adattamento alla inevitabile volubilità dei regolamenti, le motivazioni finalizzate solo alla vittoria, l’alto tasso di abbandono... Purtroppo non posso che ribadire la difficile ambiguità in cui ha scelto di muoversi il karate che, da un lato non vuole perdere la sua originale matrice di arte marziale e il suo straordinario patrimonio di valori molti dei quali ancora da scoprire, dall’altro non può sottrarsi alle logiche, a volte fredde e spietate, che regolano qualsivoglia attività ambisca a considerarsi a tutti gli effetti uno “sport” magari olimpico.
Cosa ritiene realisticamente che si possa fare per ridare “dignità” e “utilità” al karate? Come sempre il problema è un problema di uomini e negli uomini risiede la soluzione.
Uno ad uno i grandi maestri stanno scomparendo e con loro, temo, al di là della tecnica, l’alto messaggio spirituale e morale di cui erano e sono i portatori. Quando finiranno i maestri (e questa purtroppo è la mia desolata visione) senza che alcuno, in quanto travolto dall’inarrestabile evoluzione delle cose, ne conservi il profondo insegnamento, molto per non dire tutto di ciò che è stato il karate andrà perduto, perché non vivrà più nessuno che lo ricorda.
 
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