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giovedì 24 ottobre 2019

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Bagliore - La vita vista dalla morte di Ferdinando Balzarro PDF Stampa E-mail
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Titolo: BAGLIORE

Autore: Ferdinando Balzarro

Casa editrice: Sovera Multimedia, Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Distributore: Deoniana Emilia tel.0514290411


Ecco alcuni stralci presi dal libro e gentilmente concessi dal Maestro Balzarro per il pubblico del sito. Pensiamo possano aiutare a comprendere le motivazioni che hanno portato il Maestro a comporre la sua opera. Buona lettura...

Non è mai accaduto a un libro di essere composto dal suo autore, non già quando era in vita, ma dopo la sua avvenuta morte. Intendo affermare che, il libro che ora stai leggendo, è stato scritto di mio pugno, dopo esser morto.

Gli occhi stretti e impenetrabili sul volto piatto inespressivo e freddo da orientale. Il mio maestro è giapponese e porta con se, assieme alle caratteristiche fisiche della sua razza, tutta la tradizione del suo popolo, tutta la storia dura, esasperata e orgogliosa della sua nazione, tutta la gloria dei samurai, la forsennata vocazione a morire dei kamikaze; porta con se, come un destino, l'esperienza centenaria, misteriosa, segreta e affascinante dell'arte del combattimento a mani nude. Il mio Maestro ha trent'anni, solo nove più di me, ma è come se fossero cinquanta. Riservo per lui la stessa distanza, la stessa soggezione, lo stesso rispetto, lo stesso timore che si deve a chi ha già vissuto tutte le esperienze che io devo ancora vivere e voglio vivere. Gli allenamenti sono durissimi, spesso oltre i limiti della sopportazione fisica e psichica. Forze sconosciute mi impongono di seguirlo, di non abbandonare, di non deluderlo. Solamente chi è portatore di incredibili energie interiori, può avere la capacità di trascinare fino all'estremo chiunque abbia l'avventura di entrare nella sua sfera magnetica. Il Carisma è un dono divino, come la bellezza, l'intelligenza e la morte prematura. Muoiono giovani, dicevano i greci, quelli amati dagli dei, e verrà loro risparmiata l'umiliazione della vecchiaia.
Vedo i volti dei miei compagni pateticamente deformati dallo sforzo, il corpo assurdamente macerato dal sudore. So di avere lo stesso aspetto; le braccia e le gambe intossicate dall'acido lattico, pesanti e indurite come tronchi tagliati da un anno. L'atjos_fera nel piccolo Dojo austero come un tempio è carica di tensione che la nostra pelle trasuda mista alle tossine. Ingaggiamo combattimenti che non danno scampo al più debole, costretto a ritirarsi, malconcio e ansimante, come una bestia ferita. Illusoriamente coinvolto nell'atavico rituale della lotta per la vita, credo di imparare a sopravvivere
Il silenzio è assoluto quasi, irreale; come se, per un tacito accordo, i tremila spettatori che gremiscono il palazzetto dello sport, trattenessero contemporaneamente il respiro. Il mio avversario è uscito vincitore delle durissime selezioni che lo hanno portato a disputare la finale contro di me. Conosco il suo carattere irriducibile, la sua tecnica sicura, il suo pugno folgorante, i suoi calci potenti, i suoi riflessi da cobra, la sua spavalda determinazione per conquistare quel titolo. Conosco la preparazione, costante e durissima a cui si è sottoposto. Il suo corpo, teso come un arco, è immobile; il respiro impercettibile; gli occhi fermi, gelidi come il suo sguardo. Una finale sportiva sopporta tutto il peso emotivo della lotta per la vita: il confine tra finzione e realtà non è più percepibile dalla coscienza, al contrario, è assolutamente condizionata da tale situazione estrema, drammatica, iper realistica. In particolare il combattimento di Karate, che si rifà simbolicamente ai duelli all'ultimo sangue degli eroici samurai del duro medioevo giapponese, prevede che sia un solo, ma definitivo colpo a chiudere l'incontro. Ciò significa che non esiste possibilità di errore. Se sbagli hai perso: e perdere, nell'esaltato codice della metafora sportiva, equivale a morire. Carichi di questo sovraeccitato e vagamente visionario fardello psicologico, i due concorrenti si affrontano giocandosi come posta il loro "destino".
La mia attenzione concentrata al massimo sui più impercettibili movimenti del mio avversario, rivelatori se ben interpretati, delle sue celate intenzioni, mi consente addirittura di captare con estrema precisione, tutto quello che accade attorno a me nel raggio di parecchi metri. Qualunque, per quanto irrilevante piccola variazione dell'ambiente, viene immediatamente recepita dal mio eccitato sistema nervoso. Non mi sfuggono i guardinghi spostamenti dell'arbitro, i rumori sordi e lontani che echeggiano rimbalzando nel grande palazzo. Ho perfino la singolare percezione di ciò che avviene alle mie spalle e respiro, come una minaccia di pericolo, l'odore acre e pungente prodotto dalla nostra tensione. Sotto la pressione di condizioni estreme, tutte le facoltà percettive sono attivate ed esaltate al massimo, ma è anche il momento in cui l'animo può vacillare e, investito da un'ondata di terrore, esso può frantumarsi contro uno scoraggiante quanto deprimente senso di prostrata impotenza: le gambe cominciano a tremare, il respiro va in affanno, le energie defluiscono dal corpo lentamente e inesorabilmente, come il sangue da un'arteria recisa. Non rimane che rassegnarsi alla sconfitta che ormai incombe come una maledizione. Ma non posso contare su questa imbarazzante sindrome in grado di colpire anche gli atleti più esperti. Il condizionamento psicologico del mio avversario è tale da renderlo perfettamente immune dall'attacco di qualunque agente esterno atto a interferire col raggiungimento del suo obbiettivo. E' vano opporsi a un'alleanza tanto potente e determinata come quella, così opportunamente stabilita, fra il corpo e la mente. Cosa c'è dietro due uomini che si fronteggiano in uno scontro finale? Cosa c'è dietro la loro carne, le loro ossa, i loro muscoli allenati? Dietro la loro maestria, il loro virtuosismo, il loro coraggio? Cosa si nasconde dietro quel concentrato di forza, di ambizione, di tecnica, di abnegazione, di paure combattute e sconfitte? Dietro tutto quel sudore, quella fatica immane, quella fanatica vocazione al sacrificio? Tutte le risposte sono racchiuse in quell'attimo fuggevole; in quel momento assoluto e irripetibile che trascina con se il remoto e sconosciuto senso della vita.
Ho trentun anni, la mia stella è al tramonto; Sto combattendo per l'ultima volta; voglio uscire di scena da trionfatore. Ha ventiquattro anni; il suo astro è nascente, inarrestabile come le sue ambizioni; vuole entrare in scena da trionfatore.
Mi accorgo di non cadere nella trappola delle sue finte, il suo pressing accanito non mi scompone. Improvvisamente, come se si aprisse una pesante tenda nera, intuisco l'attacco che, di li a poco mi verrà sferrato. Devo solo essere freddo e padrone dei miei nervi per attendere, immobile come uno scoglio, il suo affondo. Sento distintamente il cronometro. In un'atjos_fera sospesa e surreale da fine del mondo, con esasperata lentezza, cadono i secondi, pesanti come gocce di mercurio. Non vedo più nulla, non sento più nulla: esiste solo quel calcio fulmineo, diretto e penetrante, sembra una lancia indirizzata al cuore. Mi sposto pochissimo alla mia sinistra, quanto basta per evitare il micidiale attacco e trovarmi davanti, a portata di pugno, la sua larga schiena da atleta completamente indifesa e vulnerabile. Non si fanno sconti a chi sbaglia.... Sul gradino più alto del podio, sono accecato dal bagliore dei flash dei fotografi e dall'improvviso assalto delle mie lacrime.
Arrivato dal Giappone, il Karate si é largamente diffuso nel mondo intero; esso associa modernità e tradizione. Alcuni lo considerano come uno sport da combattimento, altri come un'arte marziale. Si pratica a mani nude. Le sue tecniche principali sono pugni, calci e parate. Il karate, nella sua tradizione, includeva certamente la ricerca dell'efficacia in combattimento, ma anche l'etica di un modo di vivere. Il karate é ancora in piena evoluzione. L'arte cinese del combattimento ha avuto un ruolo di importanza primaria nella formazione del Karate: di fatto il karate non avrebbe preso questa forma senza il contatto con l'arte cinese da combattimento. (Tratto da "Storia del Karate" di Kenji Tokitsu)
I cinesi sanno tutto. Sanno tutto da più di 2000 anni: sanno come fare per vivere più a lungo. La loro antichissima medicina può curare qualunque malattia, può debellare perfino il cancro. I cinesi sanno da più di 2000 anni come si respira correttamente, sanno come utilizzare la potente energia vitale che scorre dentro ognuno di noi e che ognuno di noi può utilizzare per la propria salute, per il sesso e per combattere efficacemente il nemico. I cinesi da più di 2000 anni conoscono i segreti della cucina, i cibi afrodisiaci, il potere delle piante, le virtù medicinali delle radici. I cinesi osservano gli animali, studiano gli insetti, imparano dalla tigre, dalla scimmia, dall'orso, dal serpente, dalla gru come si combatte e come si vince, imparano dall'amantide come si uccide un avversario più grande e più forte. I cinesi hanno la bomba atomica, un esercito efficiente fornito di armamento russo modernissimo e di aerei russi ad alta tecnologia. I cinesi invadono il mondo: lo invadono con la loro arte, la loro medicina, i ristoranti (più della metà della cucina mondiale é loro), le borse di finta pelle, i teatri, i circhi. Creano città nelle città, quartieri nei quartieri. Enormi flussi di danaro, lavoro legale, lavoro nero, contrabbando, potere e sfruttamento. I cinesi sono saggi: aspettano pazienti che il fiume trasporti i cadaveri dei loro nemici, che le nubi cariche di pioggia nascondano il sole quando fa troppo caldo, che anche le aquile con le ali più grandi si posino sulla roccia per riposarsi, che la terra intera rallenti la sua corsa perché nessuno di loro rimanga indietro! I cinesi non hanno fretta, sanno bene che il mondo li attende.
Le panciute navi dalle vele quadre, metà mercantili metà da guerra della flotta dell'Impero Cinese cominciano, attorno al secolo XIV, il processo mascherato di colonizzazione di Okinawa sbarcando sulla più importante isola dell'arcipelago delle Ryùkyù, delegazioni di funzionari civili e militari per quasi quattro secoli. Il lungo periodo di contatto e di scambi commerciali con la nuova cultura non basta al rozzo popolo di contadini della piccola isola, per assimilare completamente le raffinate abitudini, le arti e i segreti dei loro pacifici conquistatori. Il Karate, che partendo da Okinawa si insedia in Giappone ai primi del 1900 per dilagare negli anni successivi come un torrente in piena in tutto il mondo, è solo una forma rudimentale, frammentaria, barbara, incompleta, spesso fraintesa della complicatissima, sofisticata arte da combattimento cinese. Ben presto l'influsso occidentale determina una ulteriore netta virata verso la sportivizzazione dell'arte tradizionale che finisce per perdere sempre più i suoi presunti contenuti etico-spirituali per cadere nelle maglie delle moderne metodologie tecniche e scientifiche, nonché nei volubili regolamenti degli sport ad alto gradiente agonistico. Gli stili interni (cosiddetti perché la loro pratica é rivolta alla ricerca e mobilitazione di energie profonde, non muscolari, non destinate ad esaurirsi, ma anzi ad aumentare col trascorrere degli anni), non sono mai stati considerati e divulgati dai maestri giapponesi di karate, non certo per mancanza di volontà, ma per totale assenza di esperienza e concrete conoscenze specifiche. Oggi, la componente etico-spirituale, la ricerca interiore, la via di perfezionamento morale e intellettuale, di cui spesso si vanta una cospicua componente di praticanti, si riduce a un'ottusa prova di forza basata sull'estrema durezza di allenamenti antifisiologici, nonché in rigide pratiche autolesionistiche e autopunitive che celano i germi d'inquietanti fanatismi.
I cinesi sanno tutto: sanno dove piantare i loro aghi per togliere il dolore, sanno come massaggiare il ventre per sfiammare gli organi interni, sanno come purificare l'intestino quando è congestionato. I cinesi sono tra i pochi popoli ancora governati dal regime comunista (marxista, leninista e confuciano a un tempo). Tra l'aprile e il maggio del 1989 nella piazza di Tienamen, seguendo la perfetta tradizione dei sistemi totalitari, viene soffocata nel sangue una improbabile rivolta studentesca che mirava ad ottenere libertà di opinione e maggiore democrazia. Lo stesso regime continua a reprimere duramente le rivendicazioni autonomiste delle regioni dello Xinjiag e del Tibet. In Cina vige tuttora la pena di morte. La Cina detiene il primato mondiale delle esecuzioni capitali a tutt'oggi eseguite. (Chissà perché si parla solo di quelle degli Stati Uniti!)
I cinesi sono intelligenti, sanno come vendere i loro prodotti, sia si tratti di valige, di spaghetti di soia, di unguenti per il corpo, di cure per lo spirito, di rimedi per la disperazione. I cinesi sono maestri di Kung Fu, di Tai Chi, di Chi Cung; insegnano l'arte di combattere, di respirare, di muovere l'energia, di guarire anche il tumore. Dove la nostra scienza si ferma, avanzano; dove il nostro buon senso si arrende, vincono; dove viene meno la nostra fede, salvano. Non é particolarmente complicato per loro, fornire una risposta adeguata al bisogno sempre crescente di spiritualità, alla necessità impellente di travalicare i confini della scienza, di superare i limiti della materia, di trascendere il fisico col metafisico: l'urgenza di credere in qualche cosa di sensazionale, di provare esperienze diverse, di vincere il decadimento del corpo, di debellare le malattie incurabili, il desiderio di sperare ancora nella vita. Non sono poi così esosi questi contenitori di saggezza millenaria, se si considera che la speranza non ha prezzo!
I cinesi imparano a combattere dagli animali; i giapponesi imparano a combattere dai cinesi che imparano dagli animali; tutti impariamo a combattere dai giapponesi che imparano dai cinesi che imparano dagli animali. E' affascinante questo ruolo inconsapevole degli animali: maestri, senza saperlo, di una delle arti umane più antiche, più misteriose, più legate all'atavico istinto di sopravvivenza.
Forse i migliori maestri sono proprio quelli che insegnano senza averne coscienza, solo esistendo, solo muovendosi con naturalezza nella giungla della propria vita!
Il Karate mi ha dato tutto! Avviene di frequente di essere ricambiati quando si dedica la propria esistenza a qualche cosa di preciso. Ho cinquant'anni e comincio a comprendere che solo unicamente la sua pratica non mi sarà possibile attraversare altre barriere, sconfinare in nuove dimensioni, allargare le esperienze. Per andare avanti occorre avere il coraggio di rompere col passato, non per rinnegarlo, ma solo per liberarsi dei suoi schemi rigidi, superati in quanto diverse le esigenze, superiori gli obiettivi.
Yoshitaka, il figlio fanatico del creatore dello stile di Karate detto Shotokan, Gichin Funakoshi, apporta al metodo originale tutte quelle modifiche che, grazie alla loro particolare caratteristica atletico-coreografica, decreteranno, dagli anni 60 ad oggi, il suo enorme successo in Giappone, nel mondo e particolarmente in Europa.
In pieno clima nazionalista, durante e dopo la seconda guerra mondiale, questo giovane irrequieto, consapevole di dover morire, trascina i suoi altrettanto giovani seguaci, pervasi della stessa febbre di vivere una vita breve ma gloriosa, nell'avventura forsennata di allenamenti estremi sempre alla ricerca dell'efficacia assoluta, definitiva. L'antico spirito dei Samurai brucia, in questi Kamikaze mancati, la sua ultima vampata. Un'eredità pesante, anacronistica, insensata che l'attuale società, sempre più proiettata verso la concezione di una vita lunga e in buona salute, non può accettare. Gradualmente il duro metodo di Yoshitaka, attenua le sue asperità, abbandona i suoi estremismi, diviene più fisiologico, più adatto allo sviluppo armonico dell'organismo considerato nel suo insieme psicofisico. Resistono, come regolarmente avviene quando il mondo va avanti, piccole sacche di oscuri conservatori, di ottusi fondamentalisti, sempre ostinati in una pratica obsoleta e rigida come le loro menti.
Osservo il Maestro cinese: le sue movenze morbide mi fanno provare sensazioni diverse, composte in una densa espressione di pace, di fluidità, di potenza naturale, completa, incontenibile, simile a quella delle onde quando si innalzano lente, per poi abbattersi improvvise, pesanti, tumultuose, contro gli scogli della costa. Il suo respiro regolare, mai in affanno, accompagna il fluire costante dell'energia che trapela vistosamente dall'armonioso amalgama del corpo e dello spirito.
Ecco dove voglio arrivare! Ho individuato perfettamente il mio prossimo obiettivo. Ritengo di poterlo raggiungere utilizzando gli strumenti di cui dispongo e che padroneggio con l'abilità, la naturalezza di chi pratica da più di trent'anni.
Si tratta di riuscire a cambiare il contenuto senza apparentemente modificare il contenitore. La tecnica, lo stile, sono i mezzi utilizzati dal corpo per esprimere una determinata qualità di energia; proprio su questa qualità devo essere in grado di agire, trasformandola sempre più in quella sostanza vitale, che, alla stregua del respiro, produce vita.
La categoria dei precursori risulta spesso sconsolante! Quasi mai, a questi tormentati personaggi, sarà concesso il privilegio di vedere e raccogliere i risultati delle loro intuizioni ; ad essi spetta unicamente il mero ruolo di avviare dei processi, di cogliere i segnali profondi di determinate mutazioni storiche e di accelerarne la rivelazione. I risultati, quelli veri, quelli definitivi si concretizzeranno molto più avanti, quando i precursori saranno morti o troppo vecchi per coglierne i vantaggi. Per fortuna non sono un precursore! Anzi, il mio percorso si compie a ritroso. Camminando all'indietro, tra i reperti sommersi di culture smarrite, strumentalmente travisate, o fanaticamente conservate, ricerco e sogno il realizzarsi della sintesi perfetta dei loro valori. Mi considero alla stregua di un manovale intento a comporre quell'impasto tra ferro, acqua, cemento e sabbia, che renderà solida ed efficiente l'intera struttura. Una semplice, e tutto sommato banale, operazione di assemblaggio di esperienze pragmatiche, di saggezze diverse, comunque assolutamente complementari, in grado di ottimizzarsi reciprocamente decantando le rispettive caratteristiche, senza necessariamente dover abdicare alla propria identità.
Lo sostiene Platone, lo ribadisce Kant: l'uomo é estremamente carente d'istinto! L'uomo, contrariamente agli animali, può contare pochissimo sul suo bagaglio istintuale. Proprio per questa ormai acclarata verità egli ha bisogno della tecnica; e più la tecnica si perfeziona più l'uomo potrebbe trovarsi costretto a fare i conti con i limiti etici e morali imposti dalla sua stessa natura, appunto non istintiva! Risulta altrettanto vero ed evidente che non ci sono limiti per la scienza, destinata a "conoscere e scoprire" tutto ciò che si può "conoscere e scoprire". Non esistono limiti per il progresso, sempre più frequentemente in antitesi con i ciechi percorsi dell'istinto.
I cinesi imparano dagli animali quello che per gli animali é assolutamente naturale. I cinesi elaborano la tecnica, lo stile, l'arte di combattere; di combattere con l'elegante potenza della tigre, l'agilità della scimmia, la forza dell'orso, la freddezza del serpente, la tenacia disarmante della gru. I cinesi inventano la polvere da sparo, fabbricano lunghi fucili. Il fucile colpisce la tigre da lontano; l'abbatte nell'istante più bello, mentre spicca maestosa il suo ultimo balzo...
"Parliamoci chiaro: nessuno, nel profondo del cuore, è disposto a perdonarci di essere migliore di lui. Tutti, nel profondo del cuore, attendono di udire il tonfo sordo prodotto dalla nostra caduta."
Il sudore cola copioso dalla fronte senza rughe; il mio allievo é agile, forte, scattante come una mangusta. Il mio allievo ha trent'anni meno di me; la sua pelle tirata e lucida contiene a mala pena lo spasmo dei muscoli potenti pronti a esplodere contro la mia persona tutta la loro energia, la loro inconsapevole rabbia.
Tutte le mattina me lo trovo di fronte col respiro affannato, gli occhi infuocati; increduli ogni volta che fallisce il suo attacco, ogni volta che il mio braccio senza il minimo sforzo intercetta e devia il suo pugno. Non si capacita che il suo tasso di bravura, di esperienza, di aggressività, la sua fibra d'atleta, la sua resistenza allo sforzo, la sua determinazione, il suo coraggio, non siano sufficienti a piegarmi, a sorprendermi, a penetrare la mia guardia, a infliggermi il colpo definitivo. Si sposta rapido, esegue finte complesse, esercita con ostinazione il suo pressing, attacca con fulminee combinazioni di braccia e di gambe; il cuore salta nel petto largo come un cavallo da domare, le ultime energie si dissolvono frustrate nei rantoli finali del suo ormai impagabile debito d'ossigeno. Presto la rabbia derivata da quel fastidioso senso di impotenza, lascia il posto al rispetto, all'ammirazione, al bisogno di capire, al desiderio di eguagliare se non superare il maestro. Domani tornerà da me, puntuale, deciso a svelare quel segreto che, simile a uno scudo stregato, si frappone fra noi, pronto a proteggermi dai suoi micidiali attacchi. Conosco tutto di lui; tutto quello che sa lo ha imparato da me dopo molti anni di paziente lavoro, di continue correzioni, di infiniti rimproveri, di puntuali incoraggiamenti, di pronte consolazioni, di fiumi di sudore di fatica, di voglia di cedere, di delusioni profonde, di gioie immense. Quando combatte, conosco ogni espressione del suo volto: la piega amara della bocca, l'ombra che vela il suo sguardo, i movimenti inconsci e riflessi che preannunciano i suoi affondi. Conosco le sue tattiche, so dove vogliono portare le sue finte. Conosco tutti i suoi difetti: la difesa incerta, gli attacchi ingenui e scomposti. Conosco il suo cuore: so quando trema il suo spirito, quando vacilla la sua sicurezza, quando s'impenna il suo orgoglio pronto a caricare come un bisonte.
Domani tornerà da me per cercare di apprendere ciò che io non posso più insegnargli. Giunge prima o poi il momento in cui l'unico maestro che può rivelarci ancora qualche cosa vive dentro noi stessi, e occorre imparare ad ascoltarlo ed avere il coraggio di seguirlo mentre apre, nell'aspra selva della vita, nuovi sentieri non ancora esplorati.
Domani tornerà da me, ma solo per abbandonarmi.
 
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