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Lettera aperta di Ferdinando Balzaro a Matteo Pellicone PDF Stampa E-mail
LETTERA APERTA AL MIO PRESIDENTE

Bologna, ore 7 del primo gennaio 2004.

Io non sono tra quelli che festeggiano fino all’alba il giorno di S. Silvestro con la speranza di trovare in poche ore quella gioia, per non dire felicità, che hanno inutilmente rincorso per tutto l’Anno che è appena capitolato in un tripudio di coriandoli, petardi e fiumi di spumante. Non sono neppure tra quelli (presumo moltissimi) che, utilizzando i numerosi e rapidi mezzi di comunicazione di cui oggi tutti disponiamo, si sono premurati di porgerLe “i più sentiti” auguri di buon Natale e felice anno nuovo. Non credo negli auguri! Così come non credo alle convenzioni talvolta ipocrite a cui essi sono inevitabilmente legati; inoltre, quando Lei avrà modo e tempo e bontà di leggere questa mia lettera aperta (considerati i tempi tecnici della rivista che la pubblica) le festività saranno passate da un pezzo, così come quello sdolcinato e spesso nauseabondo fardello di buoni propositi che si trascinano appresso. Resta inteso che nel preciso momento in cui sto scrivendo l’Anno nuovo è appena nato, ed è proprio tale “neo nascita” che mi ispira e mi convince a mettere nero su bianco ciò che da tempo desidero dirLe.
“Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo…” non sono parole mie ma della fajos_a e combattiva giornalista e scrittrice Oriana Fallaci. Mi permetto citarle poiché esse traducono alla perfezione i sentimenti che ho provato quando decisi di scrivere l’articolo Diritto di Verità che, come noto, mi costò il deferimento al giudice sportivo nonché l’arbitraria mancata convocazione allo stage di Stile a Follonica e che (malgrado una provvidenziale amnistia generale, dal punto di vista del diritto sportivo, tutto abbia sanato come il colpo di vento ripulisce la strada dalle foglie marce che la ingombrano)ha comunque scavato un solco profondo e forse incolmabile tra la dirigenza (??) e il sottoscritto. D’altro canto mi rendo conto che nessuno può pretendere di scagliarsi in modo così diretto, polemico e a tratti caustico contro Istituzioni e Potere, senza poi aspettarsi dallo Stesso una reazione altrettanto determinata e incisiva; né ancor meno si può sperare di sfuggire a provvedimenti sanzionatori esemplari, adatti anche a scoraggiare chiunque, in futuro, dovesse avere l’ardire di imitare l’arrogante ed esecrabile comportamento del trasgressore. Questo è giusto! Ed io, con la mia invettiva così smaccatamente contraria alle ultime scelte ed atteggiamenti di “Coloro” che conducono attivamente la Federazione, sapevo con certezza a cosa sarei andato incontro. Ma, (al di là della dignità ferita per aver assistito a più di due ore di esami standomene in piedi dietro la Commissione Ufficiale senza che né il Presidente né i due Commissari si degnassero di invitarmi perlomeno a sedere lì accanto a loro, naturalmente senza diritto di voto e di giudizio) è altrettanto vero, che adesso ancor più di allora, non sono disposto a condividere tutte le ultime trovate, diciamo tecnico-politiche, del settore Karate FIJLKAM: una politica pluralistica solo sulla carta, ma di fatto, rivolta in modo sempre più univoco, assoluto e discriminante verso la concezione, o per meglio dire, versione sportiva di un’arte marziale che, sin dalle sue origini, fonda sulla tenace salvaguardia della Tradizione la propria forza e la propria affascinante identità.
E a proposito di identità, cosa dire di quella vera e propria aberrazione definito “karate Sound” (arte marziale a tempo di musica da discoteca) propinato a piene mani nei programmi di formazione dei futuri maestri? E cosa dire del fatto che nella mia città: Bologna, e nella mia regione: Emilia Romagna, da quando quella congrega di ambiziosi lacché e faccendieri (a Lei già tristemente nota per il goffo tentativo di escludermi dallo stage di Rimini) determina la linea politica del comitato regionale, il mio nome così come il mio insegnamento, a guisa di un appestato, è bandito da qualsivoglia corso o raduno o stage tecnico ancorché di impronta tradizionale? (Rammento che sino a nuove disposizioni io sono uno dei rappresentanti nazionali per lo stile Shotokan), né il mio nome può essere neppure evocato in determinate sedi (corsi regionali obbligatori per allenatori, istruttori e maestri), salvo sollevare la spocchiosa e a volte collerica reazione di questi “Grandi Maestri”, in verità un po’ ridicoli o un po’ patetici (dipende dalla naturale propensione di ognuno di noi al riso o al pianto) nella spavalda gestione del loro misero potere: continui diktat, intimidazioni velate, scambi di favori, occupazione sistematica dei punti chiave, emarginazioni mirate, propaganda di parte, sapiente spargimento di veleni, capillare divulgazione di notizie calunniose. Ma, se non sbaglio, questa è la cultura dei mediocri. Se non sbaglio, queste sono le armi dei prepotenti. Questa la tattica dei meschini, dei cialtroni, dei vigliacchi. E di costoro non mi prenderei mai la pena di occuparmi, o tanto meno di parlare, data la mai celata repulsione che provo nei loro confronti sia come uomini, sia soprattutto come maestri. Infatti non ne parlerò più. Anche perché non è mia intenzione trasformare queste righe che mi permetto indirizzarLe, nel sofferto piagnisteo di un povero tecnico frustrato dagli eventi e perseguitato dalle ingiustizie. Come Lei spero vorrà riconoscermi, ho sempre cercato di non importunarLa con problematiche personali di basso conto, consapevole di quanto sia oneroso presiedere quattro settori, ognuno con le sue rivendicazioni, i suoi diritti sacrosanti, le sue “prime donne”,i Dan motu proprio da distribuire, turbolenti consiglieri da placare, furiose liti da redimere, incarichi da rinnovare, continui problemi amministrativi da risolvere. Per quanto mi riguarda ho sempre solo cercato di meritare la Sua fiducia, il che vuol dire che ho cercato di fare il possibile per rendere la mia modesta opera utile al prestigio della Federazione da Lei rappresentata, e nella quale ho voluto credere e per la quale mi sono pregiato di essere al servizio (sottolineo: al servizio… non il servo) per contribuire alla divulgazione di quel karate Tradizionale a cui ho dedicato la vita e che ho scelto di studiare e approfondire sino a quando volontà, forza e salute me lo consentiranno.
Spett. dott. Matteo, in tempi recenti abbiamo assistito ad abbandoni clamorosi: tecnici valenti, maestri di gran nome, ex valorosi e blasonati agonisti, hanno scelto di andarsene a cercare la loro personale e legittima realizzazione in altre organizzazioni, che non solo a parole, si dichiarano disponibili a valorizzare il talento e la preparazione tecnica di cui essi sono indiscussi portatori. Lei di certo sa, che oltre ad essere bravi Maestri, per me sono stati e sono grandi amici ma, come ho già avuto occasione di scrivere in precedenti articoli, pur comprendendone appieno le motivazioni, non ho mai approvato le loro scelte.
Sono venuto a conoscenza che i soliti e solerti “ben informati” stanno già diffondendo la voce che anch’io avrei deciso di seguire la stessa strada. Ebbene No! Dott. Matteo: smentisco categoricamente tali illazioni. Io non appartengo a quella specie di uccelli migratori che ogni qual volta la temperatura si abbassa si levano in volo per spostarsi dove il clima è più mite. Mi rendo conto che qualcuno rimarrà deluso cosi come mi rendo conto che in talune circostanze la mia presenza, le mie idee, e ciò che la mia “penna” scrive potrebbero creare un certo imbarazzo, per non dire fastidio, per non dire disappunto. Ciononostante io resto. Ignoro, Signor Presidente, se uno come me potrà ancora servire alla Sua Federazione; non sta certo a me stabilirlo. Comunque sia, desidero Lei sappia, che a meno di non venire garbatamente ma altrettanto definitivamente messo alla porta, io non me ne andrò. E, La prego ancora di credermi, ciò che vedrà e saprà di me, ciò che d’ora in poi dirò, farò o scriverò, corrisponde esattamente a quello che realmente sono, a quello che realmente penso, a quello che realmente credo.
Dott. Matteo, ovunque sulla superficie del pianeta un’umanità stanca, stremata, diffidente di sé e della propria storia ha appena finito di salutare un altro Anno che muore. Spero che quelli a venire possano portare, a Lei come ai suoi cari, quanto di più bello desidera.

Con rinnovata stima
Ferinando Balzarro
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