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venerdì 13 dicembre 2019

Aforismi

"Cinque segreti del Goju Ryu: sii veloce, sii calmo, sii leggero nel corpo, sii perspicace, diventa maestro nei fondamentali" -- Gogen Yamaguchi

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Uomini e polvere PDF Stampa E-mail

Gli uomini, scrive Hegel, sono ciò che fanno. Non conta quanto dicono di sé e nemmeno quanto affermano di loro gli altri.
Per conoscerli occorre guardare i loro atti, le azioni che compiono, i prodotti che realizzano, le oggettivazioni della “intimità inconscia”(…) Vi sono poi le oggettivazioni fisiche.

Uno scrittore, quando è veramente tale, il meglio di sé lo metterà nelle sue opere. E’ inutile parlargli, chiedergli cosa pensa di questo o di quello. Potrà essere brillante o banale, ma ciò che aveva da dire l’ha messo nei suoi romanzi, o nei suoi saggi. Un architetto invece esprime se stesso, la sua “intimità inconscia” negli edifici che costruisce. Serve poco sentire le sue dichiarazioni, le sue teorie o quelle che di lui scrivono i critici, gli ammiratori o i detrattori. Basterà visionare le sue
opere, entrare nei suoi edifici, immaginare di dovervi abitare, lavorare, studiare, e allora capiremo(…) Se vogliamo conoscere qualcuno(…) guardiamo cosa ha lasciato dietro di sé, e poi cosa avrebbe potuto fare e non ha fatto.
Mi è accaduto di leggere queste riflessioni, proposte dal noto sociologo Francesco Alberoni, sulle pagine di un quotidiano abbandonato sopra il tavolino del bar nel quale, qualche volta, mi fermo a far colazione. Ci sono parole che sfiorano la mente per subito scivolare via come minuscole gocce di pioggia. Altre invece si conficcano nel cervello e amplificano la loro risonanza e sviluppano pensieri, considerazioni, ragionamenti, imprevedibili emozioni. Allora mi sono chiesto (dando per
buono il postulato di Hegel) cosa ho fatto io sino ad oggi di tanto pregnante e significativo da potermi riconoscere in esso ed in esso venire unanimemente riconosciuto? Quali sono stati, tra i
tanti, gli atti e le opere che veramente hanno caratterizzato la mia esistenza e ne sanciscono il senso? E quali jos_se ancora dovrei compiere per ribadire, rafforzare, solidificare tali azioni?
Rivolgo queste domande a me stesso ma con la netta convinzione che tutti coloro, come il sottoscritto ormai prossimi all’ultima tappa della vita, dovrebbero a loro volta e con assoluta sincerità, avere l’accortezza di porsi. Pur limitandomi, come è ovvio, a considerare la specifica scelta di dedicare buona parte del mio tempo alla pratica di un’Arte Marziale qual è il Karate-Do, mi prendo la libertà di proporre, a chiunque abbia la pazienza di leggere questo articolo ed eventualmente condivide la mia stessa pluriennale esperienza, una personalissima opinione sull’argomento.
Be’, dato che stiamo usando il termine “Arte”, ancorché collegata al suffisso “Marziale”, potremmo cedere alla tentazione vagamente narcisistica di definirci e definire “Artisti” tutti quelli che, con
modalità diverse e diverse intenzioni, alla disciplina del Karate hanno dedicato gran parte della vita con l’instancabile ed encomiabile intento di perfezionarlo e possibilmente afferrarne l’essenza. Salta subito agli occhi come tale ragionamento presto si rivelerebbe tanto superficiale quanto errato. Non basta infatti mettersi a dipingere quadri per divenire pittore, né scrivere poesie per essere giudicato poeta, né suonare più strumenti per essere un apprezzato musicista. Non bastano neppure le tante ore di allenamento, i sacrifici, le continue rinunce, e quella dedizione morbosa e quasi fanatica, a garantirci di entrare nel ristretto novero dei “grandi”. Fortunatamente è altrettanto vero che non c’è
bisogno di essere dei geni per ambire a realizzare sé stessi nel migliore dei modi. Quindi torniamo più realisticamente ad analizzare la pratica delle “Arti Marziali” come un efficace strumento di autoidentificazione. Ovvero una sorta di canone comportamentale, una dinamica complessa ed espressiva attraverso cui è possibile, con minimo margine d’errore, mettere a nudo gli strati profondi e probabilmente più autentici della natura umana. Quindi, parafrasando Hegel (gli uomini sono ciò che fanno), grazie all’attiva e costante passione per il Karate, ci viene data l’opportunità di manifestarci e quindi, proprio in quel particolare frangente, veniamo riconosciuti, apprezzati o contestati, comunque scoperti per quello che siamo. Naturalmente quanto affermato vale solo nei confronti di coloro che hanno scelto la difficile strada della “maestria” quale principale punto di riferimento del loro personale cammino all’interno del variegato, inquieto e contraddittorio mondo
marziale. Ribadita questa fondamentale premessa, proviamo a verificare se in effetti c’è sufficiente corrispondenza tra i nostri comportamenti e il percorso sino ad oggi compiuto lungo la via prescelta.
Oppure si sono verificati intoppi o deviazioni o radicali cambi di direzione? L’umana indole opportunistica e speculativa, alla quale è difficile sfuggire, non di rado induce a cambiare idea, mutare atteggiamento, ribaltare monolitiche convinzioni o addirittura, nei casi più estremi, giungere a tradire non solo gli altri ma, quel che è peggio, anche se stessi: cioè la propria fede, la propria passione, il proprio ideale. Anche se è noto e affatto comprensibile come a volte gli
ideali più radicati, con l’incessante scorrere del tempo e il variare delle circostanze, possono cambiare e virare la loro rotta e perfino invertirla. Nulla osta che si rimane sempre colpiti, e senza parole, innanzi allo spettacolo poco edificante di clamorosi volta faccia o spregiudicati e repentini ribaltamenti di fronte. E’ vero che molti “onorevoli” protagonisti del parlamento italiano, da lungo tempo ci hanno abituato alle stupefacenti acrobazie da essi stessi utilizzate per passare da uno
schieramento all’altro ma, proprio per questo, si vorrebbe che taluni ambienti, come il nostro per esempio, fossero immuni da cotanta spudoratezza. A tal proposito consentitemi brevemente di raccontare il malinconico episodio di un mio ex allievo del quale mi guarderò bene dal fare il nome: trattasi di un velleitario cinquantenne dal passato inconsistente e dal futuro improbabile. Più ambizioso che capace, in questi ultimi anni, il rampante maestro, grazie ad opportuni aggiustamenti e ben programmate e proficue alleanze, è assurto all’ambito ruolo di docente regionale in odore di più prestigiosi(??) incarichi nazionali. Appunto durante una lezione pratica da lui diretta nell’ultimo corso regionale obbligatorio di aggiornamento tecnici (al quale necessariamente partecipavano alcuni istruttori della mia società), alludendo al concomitante stage tecnico (organizzato dall’ADO UISP) che io stavo tenendo in quelle ore a oltre 150 appassionati pervenuti, in piena libertà, da tutta Italia, si lasciò andare a un maliziosa quanto goffa osservazione sarcastica relativamente al
termine energia, indicato nelle circolari informative dell’UISP quale uno dei temi da me trattati nel raduno. Bene! Adesso vi sorprenderò dichiarando che in questo caso, il pur modesto personaggio in
questione, senza saperlo, aveva ragione… Il termine energia è certamente tra i più usati e impunemente utilizzati, nel contesto delle arti marziali, quando si vuole far riferimento ai valori perduti del tradizionale; e sono convinto che se la parola energia scomparisse dal vocabolario, molti sedicenti grandi maestri si troverebbero d’improvviso spiazzati. Resta comunque inteso che con la sua sterile polemichetta, il frustrato ex allievo, si proponeva ben altri miserrimi obiettivi. D’altra
parte… gli uomini sono ciò che fanno. Chiudo lo spiacevole episodio poiché credo sia tempo di occuparci di argomenti più interessanti.
Se sino a questo momento abbiamo parlato di “uomini”, adesso mi piacerebbe ragionare di “polvere”. Alludo alla polvere che inevitabilmente qualunque esistenza solleva al suo passaggio mentre, più o meno frettolosamente, attraversa il mondo. Ogni nostra azione, ogni nostro atto, ogni scelta importante, ogni sentimento provato, a volte anche solo un pensiero o un’idea fissa, innalzano nuvole di polvere che pian piano, e senza alcun rumore, va a depositarsi su ciò che ci siamo lasciati alle spalle. E’ un pulviscolo composito formato da vari elementi di differente natura e causa di diverse reazioni dagli esiti spesso imprevedibili. Marcel Proust sosteneva che “non c’è uomo, per
quanto saggio, che in un certo periodo del suo passato non abbia pronunciato parole, o addirittura condotto una vita il cui ricordo gli risulti sgradevole e che vorrebbe cancellare”. Ecco quindi affiorare i rimpianti per quello che avremmo voluto essere e non siamo stati, per quello che avremmo potuto dare e non abbiamo dato, per il bene che abbiamo ricevuto e non abbiamo restituito. Né mancano sentimenti vergognosi, anch’essi parte di noi stessi, quali invidie, maliziosità, o perfino rabbia e rancore e inganni, e l’odioso pettegolezzo. Sì, polveri leggere, polveri sottili di sogni irrealizzati, amori inconclusi, grandi passioni abbandonate, luoghi del cuore che mai abbiamo avuto l’ardire di esplorare o la ferma determinazione di raggiungere. Pensiamoci!
Chiunque, col semplice atto di vivere, deposita sul passato il proprio individuale strato di polvere che, prima o poi, sentirà il bisogno di rimuovere per scoprire quel tempo fuggito via, denso di presenze, di spazi ancora vuoti, e di ricordi che credevamo smarriti per sempre.
Quest’ultima immagine, mi induce a voler concludere con alcuni stralci di un E.Mail di recente inviatomi da un praticante siciliano (che non ho il piacere di conoscere personalmente e del quale per rispetto della privacy ometterò il nome):
Maestro, (…) ho avuto il piacere di seguire alcuni suoi stage a Terrasini negli anni 90/2000.
(…) Ho 48 anni e ho praticato sino a tre anni fa (…) Per motivi di lavoro ho dovuto abbandonare
(…).
Il Karate era la mia preghiera, il mio modo per ringraziare il cosmo e il suo creatore della vita offertami sia all’interno del Dojo, sia sulla terrazza in campagna, da solo. Ho incontrato molti istruttori e pochi Maestri (…)
Nel suo articolo “L’ombra dei nani” ho individuato le parole che non sapevo attribuire al mio disagio. (…)
Come già detto non conosco l’autore del messaggio; non mi è possibile associare le sue spontanee parole ad un volto, ad uno sguardo, e a quella particolare vibrazione che solo potendosi guardare negli occhi, qualche volta, ci è dato di provare.
Ciò nonostante, nel suo delicato sfogo, azzardo cogliere la certezza che il Karate potesse essergli d’aiuto a ritrovare, sotto la polvere della sua intima storia, quello spazio interno di pace nel quale tutti, presto o tardi, desiderano calarsi.

Ferdinando Balzarlo Bo. 21/09/04
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